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Panta Rei è un documentario che, attraverso i racconti, i gesti e le emozioni di due otrantini, Antonio Chiriatti detto Pelè e Antonio Sammarruco detto Uccio doi sordi, mette in luce ciò che era e ciò che è. Fortemente voluto dall’Amministrazione comunale di Otranto, e in particolar modo dall’Assessore allo Spettacolo Salvatore Sindaco, Panta Rei verrà presentato e proiettato in anteprima all’Otranto Film Fund Festival il 2 settembre, alle ore 18.30, presso il Castello Aragonese
“La manifestazione OFFF è una rassegna cinematografica che promuove le produzioni europee realizzate con il sostegno dei fondi pubblici locali il cui obiettivo, tra l'altro, è quello di dare impulso, attraverso la settima arte, ai territori e alle culture dei luoghi in cui sono realizzate”, dichiara l’Ass. Sindaco. “Con la rassegna la Città di Otranto diventa luogo d'incontro e di dialogo delle citate produzioni cinematografiche. Invito tutti a vedere il documentario Panta Rei, prodotto dal Comune di Otranto, i cui protagonisti sono due nostri concittadini. Si tratta di una testimonianza importante resa da persone che possiamo definire enciclopedie di memorie e pensieri destinate a scomparire. Con il documentario si sono voluti sigillare, affinché ne resti traccia, pensieri, stili di vita e saggezza popolare”. Panta Rei nasce da un’idea di Giovanni Bongo. Nato quarantuno anni fa in Abruzzo, ha conseguito in Chieti la Laurea in Filosofia. Presso lo stesso Ateneo ha svolto attività di ricerca per la Cattedra di Sociologia. Si occupa di formazione e didattica; ha collaborato con periodici e radio; nel 2007 ha conseguito il primo Master in Consulenza Filosofica indetto dall’Università degli Studi Roma Tre. Vive nel Salento da circa dieci anni.
1) Cos'è e come è nato il documentario, Panta Rei? Panta Rei è, in primo luogo, una affermazione; o, se si preferisce, è un lungo ragionamento attorno a una chiara affermazione di assenso alla vita. 2) Vale a dire? Si tratta, in effetti, del primo volume di un'opera, in divenire, che in questo caso contiene "interviste" a due vecchi (l'attributo non suoni aspro, è un elogio), cittadini di Otranto, le cui vite, i cui ricordi, le cui esperienze affermative verso l'esistenza, hanno dato corpo, in un senso pieno e profondo, al tema filosofico (spontaneo) del tempo; delle forme del tempo (a tratti mestamente nostalgiche), del ricordo, del rimpianto, della rivendicazione esistenziale... 3) Qual è stata la genesi, per così dire, dell'idea portante di Panta Rei? L'intuizione è sorta in me in forma "irriflessa", nel corso, e nel corpo, di un "sì" che mi sono dato di vivere compiendo la "impresa" del Camino de Santiago: ho percorso a piedi circa 900 chilometri: dai Pirenei francesi all'Oceano Atlantico fino a Cabo Fisterra, nella verde regione spagnola della Galizia. L'ho fatto per ascoltarmi cambiare... 4) Camminando? Camminare è un atto naturale; lo è, altrimenti e necessariamente, il pensare; lo è il narrare. Ho intuito la necessità di narrare, quanto più possibile andando, i cammini nascosti e le narrazioni trascurate presenti in Terra d'Otranto. Prima che sia tardi... 5) Tardi? Mi spiego. Non è possibile (io credo che non lo sia se non al prezzo di gravi conseguenze esistenziali), definire la nozione di un ipotetico "poi" se non in rapporto a ciò che, semplicemente, fluisce e trascorre. Nel caso in questione, Otranto (intendo la sua comunità), vive di attese esterne, di tempi spesso imposti da esigenze, per dire così, aliene. Ne sia prova la crescita del flusso turistico, che ne "investe", ogni anno con maggiore impeto, le bellezze naturali e il paesaggio; non sempre con effetti materiali positivi. Il turismo è, per i cittadini di Otranto, fonte di lavoro e di economia... Indubbiamente ciò è vero, ed è un bene. Esiste, tuttavia, la possibilità di una economia del tempo e del silenzio (non meno remunerativa in termini turistici, tra l'altro), il cui costrutto è l'attesa, meglio, la sosta nel flusso spontaneo degli eventi e dei luoghi. Quale comunità ospitante può accogliere i viaggiatori, e i passanti, offrendo loro ciò che essi si sono lasciati alle spalle (spesso a danno delle autentiche maturazioni del tempo), senza con ciò snaturarsi? Se aprissimo campi da golf in luogo dei nostri uliveti e delle nostre masserie secolari, chi verrebbe più qui? In modo simile, la difesa delle narrazioni, delle memorie, dei racconti del luogo è essa stessa, tout-court, difesa della qualità del paesaggio, delle tradizioni vive, della natura, del futuro dei giovani...
6) Panta Rei ha tali ambizioni di tutela della cultura locale? Non le sembra una presunzione? Si tratta di un esperimento, di un pre-testo, che mi ha concesso la possibilità di anticipare il canovaccio di un più ampio progetto narrativo, di una enciclopedia multimediale della memoria orale. Per realizzare un simile edificio occorrono, ovviamente, altre volontà, ulteriori competenze e risorse materiali. Frattanto, ho trovato nella persona dell'Assessore Sindaco (che conoscevo per ragioni professionali e al quale mi unisce un sentimento di reciproca stima), una prima, direi essenziale, forma di attenzione; per suo tramite, va da sé, ho incontrato l'interesse dell'Amministrazione Comunale di Otranto.
7) Poc'anzi, tra le righe, ha fatto riferimento alla nozione filosofica di un Essere in rapporto al Tempo; viene alla mente il filosofo tedesco M. Heidegger? Assai più modestamente, la questione aperta da Panta Rei analizza il rapporto costruttivo, e distruttivo, che gli individui hanno con il loro proprio tempo; e indaga l'inconsapevolezza, spesso diffusa e sovente raffinata, con la quale gli individui maneggiano cultura poetica e sapienza filosofica. Questo spiega perché, anche in ragione del rispetto dovuto ai "testimoni privilegiati" di un'opera di archiviazione dei saperi, abbiamo deciso di "includere" in questo primo volume del documentario le testimonianze di solo due, tra i molto più numerosi, soggetti presi in esame nel corso del nostro casting antropologico... 8) Casting antropologico? Ho coniato l'espressione con vaga ironia; come definire, altrimenti, un casting basato sulla portata culturale (in senso antropologico), dei protagonisti e non su meri parametri "morfologici"? Per non dire che ho avuto il privilegio di conoscere, durante la lavorazione di Panta Rei, omerici volti umani... 9) Vuole riferire alcune curiosità sulla lavorazione del documentario? Abbiamo girato Panta Rei con mezzi sobri, in un regime di piena auto-produzione. Abbiamo curato ogni dimensione del progetto. La colonna sonora ne è un esempio, frutto com'è delle intuizioni di Francesco Giannetta, grazie al quale, per il brano di chiusura del film, dopo anni di silenzio melodico, io stesso ho messo nuovamente le dita sulla tastiera di un sintetizzatore... 10) Il documentario, a tratti, è densamente lento; per non dire della scelta dei fuori sincrono... La decisione di dilatare e rallentare alcune sequenze o di dissociare, a tratti, parole (testi orali) e immagini, (meta-testi), è il frutto di una accurata, e del resto opinabile, scelta estetica. Io e Francesco Giannetta (che ha curato le riprese e il montaggio del documentario), abbiamo concordato di evitare l'andamento allegramente didascalico delle promozioni pubblicitarie, lasciando allo spettatore la possibilità di provare perplessità, smarrimento, straniamento, nostalgia... e fastidio! 11) Fastidio? Dico altrimenti, con ciò denunciando il "rude" e inesperto narcisismo di chi come me non vive (non ancora almeno), di cinema. Il correre del tempo è il mio più grave dubbio. Non si tratta solo di un cruccio melanconico, di una meditazione pessimistica sul "tempus fugit". Piuttosto, mi sono trovato in più occasioni della vita a dover attraversare i luoghi limitari del tempo, quei confini in cui il passato si fa denso, il futuro è lento nel suo precorrere desideri, il presente è solo una stadera utile a pesare ciò che non è stato o potrebbe ancora essere. Ora è più forte il dolore, ora prevale la ricerca di un senso. Il senno del "poi", o del "prima"; insomma, i punti cardinali del tempo sono punti di vista. E da Einstein a noi, per non dire da Eraclito, cui dobbiamo il titolo del documentario, ai nostri giorni, è diventato chiaro a molti che il tempo è un luogo da abitare con la massima cura possibile. Avere cura delle cose, se mi permette, è una manifestazione di responsabilità; la responsabilità è faticosa; la superficialità, al contrario, fa ridere ma non lascia tracce di sorriso... 12) Panta Rei (la) fa sorridere? Quando, o forse proprio perché, può dare fastidio... O non piacere!
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