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lun, 21 maggio 2012
anno V, numero 142



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Daniele Sepe: Fessbuk PDF Stampa E-mail
di Angelo Damiano Delliponti   
Venerdì 30 Luglio 2010 12:32
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È proprio vero che ogni nuovo album di Daniele Sepe rappresenta una fotografia ideale della situazione socio-politica italiana del momento. Musica italiana, innanzitutto, nonostante le incursioni nella world music o in domini caratteristici di talune tipologie etniche. Italiana perché è del nostro paese che “parla”, e lo fa non dimenticando/ignorando – oltre che gli ovvi risvolti, in un certo senso impegnati, dei testi – proprio le tradizioni sonore della penisola italica, anche quando si è alle prese con reinterpretazioni bizzarre di classici del crossover, come per i Rage Against the Machine (‘Bulls on parade’). Stiamo parlando appunto di ‘Fessbuk’, l’ultimo album del musicista/sassofonista (e compositore) napoletano, il cui titolo è già di per sé un riferimento palese ad una delle più recenti manie (inter)nazionali. E la sua musica, nel senso dell’organizzazione ‘complessiva’, potrebbe benissimo rammentare – come sottolineato già da molti – quella della Mothers of Invention di Frank Zappa, soprattutto nel senso dell’attitudine dei singoli musicisti a concepire in un certo ‘modo’ l’orchestrazione, nonché  la propria ‘dislocazione’ solistica. Ma, a dire il vero, l’impressione lasciata dall’ascolto degli album di Sepe, in particolar modo quella di lavori come ‘Vite Perdite’ o ‘Lavorare Stanca’ – magari un po’ meno in questa occasione – è quella di avere di fronte una sorta di John Zorn italiano (o all’italiana), sempre nel doppio senso letterale e musicale dell’aggettivo.

Sarà facile dunque ritrovare nella rilettura di ‘Campagna’ dei Napoli Centrale questa atipica concezione di fusion impegnata, o nel cabaret già “rivoluzionario” del ‘Mackie Messer’ di Kurt Weill. Subito dopo ci si ritrova però una costante quasi mai tralasciata da Sepe: gli inserti rap, come nel caso di ‘Homo Sapiens’ o ‘Cronache di Napoli’. Bellissimo invece il jazz mediterraneo di ‘Democratic Party’, questa volta mettendo al vaglio certo snobismo di una sinistra già designata anni fa da Tom Wolfe come radical-chic; in realtà troppo distante dai problemi reali del popolo perché troppo borghese e tutta intenta a vacue discussioni intellettuali e ostentazioni più di tendenza che tendenziose… Belle anche: l’interpretazione di ‘Luglio, Agosto, Settembre’ degli Area; le sfumature mariachi di Carabina 30-30; il cha cha cha di ‘El hombre yamamay’; il riferimento fin troppo esplicito al pugliagate con tanto di dialetto barese di ‘Samba do tremone’, e il jazz con ritmiche sudamericane (nonostante il titolo) di ‘Anatole Amadeus Mozart’, circondata soltanto da intro e outro ‘classiche’.

E se a qualcuno verrà in mente fra un po’ d’anni di rispolverare un po’ di storia relativa al 2010, gli basterà riascoltarsi questo ‘Fessbuk’: saggio critico sull’Italia di oggi, e forse, o sicuramente, ma certamente, di sempre.     

 

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