«La nebbia agl’irti colli / piovigginando sale, /e sotto il maestrale /urla e biancheggia il mar; ma per le vie del borgo / dal ribollir de’ tini /va l’aspro odor de i vini /l’anime a rallegrar». In pochissimi versi, Giosuè Carducci trasmette il contrasto tra i colori grigi di un paesaggio malinconico autunnale e la gioia, del borgo del paese, che vive la festa di San Martino. Una poesia nota e cara a tanti, che richiama alla mente le piazze dei nostri paesi colorate l’11 novembre dalla cosiddetta “estate di San Martino” e tante nostre parrocchie che celebrano la memoria di san Martino di Tours.

Una forte devozione popolare quella del popolo salentino, accompagnata da ricche celebrazioni liturgiche, per ricordare uno dei santi più celebri sin dal Medioevo.

Nato in Pannonia, l’attuale Ungheria da genitori pagani, istruito sulla religione cristiana, ma non battezzato. Figlio di un ufficiale dell’esercito romano, si arruola giovanissimo nella cavalleria imperiale, prestando servizio in Gallia. È di questo periodo un famosissimo episodio di san Martino a cavallo, che, con la spada, taglia in due il suo mantello militare per donarlo ad un mendicante, proteggendolo dal freddo. Lasciato l’esercito nel 356, fu battezzato probabilmente ad Amiens. Ordinato prete dal vescovo Ilario di Poitiers, nel 361 fonda a Ligugé una comunità monastica, la prima attestata e datata in Europa. Qui visse circa 15 anni, approfondendo la Sacra Scrittura, istruendo il clero ed evangelizzando i contadini. Contro la sua volontà, gli elettori riuniti a Tours, clero e fedeli, “a furor di popolo” lo elessero vescovo nel 371. Martino svolse scrupolosamente le sue funzioni episcopali, senza abbandonare la scelta monastica. Per lungo tempo vive in un eremo a tre chilometri della città, dove raggiunto da numerosissimi seguaci, fonda il monastero di Marmoutier, fondato sulla preghiera e la povertà.

A Tours Martino si reca per celebrare l’officio divino nella cattedrale, ma non partecipa a nessun evento di carattere mondano. Si occupava invece dei poveri, dei prigionieri e degli ammalati. Morì a Candes l’8 novembre del 397, fu sepolto a Tours l’11 novembre. Martino è uno dei primi santi non martiri proclamato dalla Chiesa e divenne il santo francese per eccellenza, infatti, in Francia, circa 500 paesi e 4000 parrocchie portano il suo nome. I re, merovingi e poi carolingi, custodirono nell’oratorio privato, il mantello di san Martino. Tale reliquia accompagnava i combattenti in guerra e, in tempi di pace, sulla “cappa di san Martino” si prestavano solenni giuramenti. Da qui il termine cappella, utilizzato per designare l’oratorio reale, fu poi attribuito a tutti gli oratori del mondo.

Proprio per la sua vita spesa tra le campagne e la gente più povera, il culto di san Martino è strettamente legato ai riti e alle usanze della tradizione contadina. In questi giorni, quasi con un meticoloso ‘rituale’, si aprono le botti per i primo assaggi de vino novello, da qui il detto: “a San Martino ogni mosto diventa vino“.

L’‘estate di San Martino’ è quindi, ancora oggi, l’occasione buona per celebrare i frutti della terra e vivere in comunità momenti di festa. Carne e caldarroste, pittule e vino, animano con il loro profumo e i loro sapori le piazze del Salento. Da Taviano a Leverano, da Galatone a Copertino, degustazioni di prodotti locali, balli popolari, musiche tradizionali, inebriano di gioia i nostri paesi, in un’atmosfera unica, l’estate di san Martino, avvolta dalle nebbie autunnali, interrotte qua e là dai raggi solari, che col loro tepore riscaldano i cuori.

Questa festa, fortemente legata alla nostra tradizione contadina, rievoca il senso della carità e della solidarietà, condensato nella simbologia del gesto della condivisione del mantello del Santo, protettore dei mendicanti, dei soldati e dei cavalieri. Un gesto di solidarietà che si traduce, l’11 novembre, in convivialità: nelle nostre case e nelle nostre piazze c’è un buon bicchiere di vino rosso novello per tutti!

Manuela Marzo