Dopo aver delineato origini e lingua dei nostri più antichi progenitori, è opportuno tracciare le linee essenziali di questa civiltà. All’inizio della loro penetrazione nella penisola salentina (IX sec. a.C.), gli insediamenti messapici erano caratterizzati da capanne, destinate a nuclei familiari allargati, che avevano murature di elevazione in materiali deperibili e coperture con frasche.

A partire dal VII sec. a.C. si infittiscono i rapporti con le popolazioni vicine (ne sono prova i numerosi frammenti di vasellame greco trovati negli scavi condotti ad Otranto). Il periodo tra il VI-V sec. a.C. è considerato quello di maggior vitalità della civiltà messapica, visto che è possibile ascrivere a questa parentesi temporale alcune importanti innovazioni: la comparsa della scrittura che utilizzava l’alfabeto greco; le pratiche rituali e religiose che denotavano molte affinità con la cultura ellenistica; le capanne dell’età del Ferro vennero sostituite da abitazioni più grandi, organizzate attorno ad un cortile, con muri in pietra e copertura con tegole. Seguirà una fase di stasi e di crisi dopo il V sec. a causa del conflitto con la potente Taranto. Nel IV-III sec. a.C. gli insediamenti preesistenti si allargarono notevolmente – come, ad esempio, Rudiae e Muro Leccese – favorendo la nascita di piccoli nuclei insediativi per un più profondo sfruttamento del territorio, fattore questo legato a innovazioni in ambito agricolo.

Da un punto di vista politico, i Messapi erano organizzati in città governate da oligarchie gentilizie, unite in una confederazione con a capo un re. Tra questi va ricordato Opis mentre una leggenda narra che il primo re dei Messapi fu Iapige (da qui la tesi di Erodoto che ritiene Messapi e Iapigi popoli non diversi). In nessuna occasione cercarono minimamente di espandere i propri domini ai danni delle popolazioni vicine e lontane; non ebbero dunque un’indole aggressiva ed espansionistica. In un’epoca in cui era possibile avanzare e muovere verso un dominio che invitava alla conquista, essi rimasero là dove si erano originariamente stabiliti. Non si distinsero mai in guerre di conquista, ma difesero strenuamente il loro territorio, nel quale da tempo immemorabile avevano stabilito la propria dimora, dando vita a un legame quasi sanguigno, fisico con questa terra, organizzandosi in proprio per respingere le continue incursioni di Taranto e di tutti gli avventurieri stranieri chiamati in Puglia a spezzare la resistenza delle genti indigene. Infatti, i Messapi si scontrarono con i Tarentini (in continua espansione verso l’interno), riportando su di loro una vittoria nel 473 a.C. Pochi decenni dopo, durante la guerra del Peloponneso, il principe messapico Arthas – il più grande dinasta dei Messapi dell’età classica – sostenne gli Ateniesi contro Siracusa (413 a.C.). Dal 343 al 338 a.C. i Messapi sconfissero il re spartano Archidamo III , accorso in aiuto di Taranto ; vennero quindi sconfitti da Alessandro d’Epiro, intervenuto in appoggio alla città magno-greca. Alleati di Roma nella prima e nella seconda guerra sannitica, i Messapi si staccarono in parte da essa durante la terza guerra sannitica, schierandosi al fianco di Pirro nella lotta dei Tarantini contro Roma; ma furono sconfitti nel 280 a.C. e sottomessi nel 267-266. Mai del tutto assimilati alla civiltà romana, durante la seconda guerra punica essi si ribellarono (213-212 a.C.), subendo un lungo e definitivo periodo di sudditanza a Roma.

Sul piano culturale, l’antica civiltà messapica si caratterizza per una nuova ceramica attestata da reperti simili alle ceramiche micenee, ma appartenenti a gruppi che non trovano riscontro nelle scoperte del bacino dell’Egeo; è una ceramica speciale a ornamenti geometrici con forme singolari di vasi detti “trozzelle”, ad alti manici, e anfore a collo largo. Sotto il profilo economico, i Messapi coltivavano l’ulivo e la vite; si dedicavano alla pastorizia, all’allevamento dei cani, all’apicoltura e particolarmente sviluppato era l’allevamento dei cavalli. Per ciò che riguarda l’abbigliamento, essi indossavano una veste lunga che si stringeva ai lembi con un cappuccio e calzavano sandali; le donne vestivano con lunghe tuniche e si ornavano il capo con una corona, come si evince dai vasi istoriati. Sembrano, queste, tutte espressioni di amore per la vita, di imperturbabilità di fronte all’evento misterioso della morte; la stessa presenza dei sepolcri dentro le mura cittadine è la manifestazione più autentica di tale sentimento di serenità della creatura terrena nei confronti dell’aldilà. Le tombe, sempre con il rito a inumazione, nel periodo più antico hanno la forma di tumuli di pietra; solo più tardi troviamo ipogei. Molto probabilmente nel modo di seppellire i defunti essi sono stati influenzati dai Greci; infatti da alcuni scavi si è scoperto che i morti venivano tumulati in tombe di pietra con delle steli e avevano in bocca una moneta (usanza di origine greca).

I reperti dimostrano, infine, che i Messapi subirono l’influenza greca anche per ciò che attiene alla religione, come rivelano i nomi di divinità messapiche che richiamano alcune tra le più importanti dell’Olimpo greco. Ma abbiamo testimonianza dell’esistenza di divinità proprie dei Messapi, come quello di Tator o Taotor, attestato nelle iscrizioni messapiche delle grotte di Roca.

Concludendo, è da sottolineare il carattere pacifico di questi nostri antenati, che si limitavano a difendere il proprio territorio senza avere tentazioni espansionistiche, come accadeva per Taranto e Roma.

Gionata Quarta