di F.Oli.

GALATINA (Lecce) – Avrebbe picchiato, minacciato, costretto a dormire per terra i ragazzini disagiati, ospiti della casa famiglia (l’Aquilone di Galatina) da lui gestita. Lì, dove decine di ospiti avevano cercato un rifugio e una pezza d’appoggio alle proprie difficili esistenze già messe a dura prova sin dalla giovane età.

Perché il responsabile della struttura mai e poi mai avrebbe manifestato amore e compassione per quei ragazzi. Molto più spesso, invece, si sarebbe rivelato un direttore padrone. Per Bruno Dollorenzo, il responsabile, è arrivata la condanna. Dura ed esemplare. A 7 anni e 6 mesi di reclusione così come stabilito dal giudice monocratico Sergio Tosi a fronte di una richiesta di dieci anni invocati dal pubblico ministero Stefania Mininni, titolare del procedimento sin dalla genesi dell’inchiesta fino alla sentenza del giudice.

Abuso dei mezzi di correzione, maltrattamenti contro familiari e violenza privata le accuse contestate a carico del 49enne di Sogliano Cavour arrestato nell’aprile del 2013 nell’ambito di un’indagine condotta dai carabinieri della sezione di pg in servizio presso la Procura di Lecce. Gli accertamenti svelarono uno spaccato inquietante andato avanti tra il 2009 e il 2012. Ragazzini rimasti in ginocchio per ore a lavare i piatti o a mangiare in disparte. Abbandonati e costretti a vivere in condizioni di vita disagiate: abbigliamento usato, con una sola doccia a settimana e senza ricambio della biancheria intima. I ragazzi avrebbero frequentato la scuola senza libri, quaderni, occhiali da vista e merenda nonostante Dollorenzo riscuotesse una retta giornaliera di 75 euro per minore.

Emblematico fu il racconto di uno dei primi episodi che diede l’incipit all’inchiesta: nel febbraio del 2012 un ragazzo della provincia di Brindisi si presentò in caserma per raccontare di essere scappato dalla comunità: insieme ad altri compagni era stato preso a cinghiate e a colpi di stracci bagnati. Le indagini sono state poi filtrate nel corso dell’istruttoria condensata in una memoria conclusiva depositata dal pm in cui il magistrato ha ripercorso le punizioni impartite da Dollorenzo che avrebbero provocato un profondo stato di frustrazione. Il direttore avrebbe colpito gli ospiti con schiaffi, cinghiate e stracci bagnati.

Alcuni ragazzi hanno riferito la principale punizione che veniva loro inflitta: rimanere in piedi dopo le 22 fino a quando un’educatrice o lo stesso Dollorenzo concedeva di poter andare a letto. E poi lasciati a digiuno, senza potersi lavare e vittime di punizioni estremamente severe ogni qualvolta veniva violato il rigido regolamento. Le accuse non sarebbero finite qui. Il direttore avrebbe obbligato i giovani ospiti della struttura ad eseguire lavori di pulizia e di manutenzione nella sua abitazione e in campagna. Nel corso dell’istruttoria sono stati sentiti due ragazze e un ragazzo (all’epoca dei fatti minorenni) che hanno ricostruito il clima da “lager” instaurato all’interno della struttura dal responsabile. In alcuni casi, e se possibile gli episodi più gravi, gli abusi sarebbero stati riservati anche a ragazzini affetti da problemi psichici.

Ecco perchè la mano del giudice è stata particolarmente pesante. Nella sentenza include anche l’interdizione dai pubblici uffici per l’imputato per i prossimi cinque anni. Dollorenzo, poi, dovrà anche risarcire due ospiti (difesi dagli avvocati Paola Scialpi e Marcello Manta) con 35mila euro ciascuno; 7mila e 500 euro per il Comune di Galatone (con l’avvocato Bruno Ciccarese) e di Aradeo (assistito sempre dall’avvocato Marcello Manta), nei rispettivi sindaci pro tempore; 4mila euro per l’Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie) con l’avvocato Erlene Galasso. ll giudice, infine, ha trasmesso gli atti al pm (così come richiesto dalla Procura) per un’educatrice ravvisando indizi per contestare l’accusa di falsa testimonianza.

Per comprendere le motivazioni del giudice bisognerà attendere 30 giorni. Subito dopo l’avvocato dell’imputato, Mario Coppola, potrà impugnare la sentenza così come l’avvocato Paola Scialpi per due parti civili per le quali non è stato riconosciuto alcun risarcimento. Sullo sfondo, però, incombe la mannaia della prescrizione su un processo in cui tanti ospiti hanno rinunciato alla possibilità di comparire in aula. Per vergogna; per paura ma anche per tagliare qualsiasi legame con un’esperienza, per molti, traumatica.