Rubrica a cura di G.Gnoni, appassionata di cultura salentina

Oggi ricorre l’Epifania, festa che conclude il periodo natalizio. Epifania è un termine greco (“apparizione”), con cui la Chiesa ricorda l’arrivo dei Re Magi in visita alla grotta del Bambino Gesù. E’ il giorno della Befana, vecchietta assai bruttina, ma dal cuore d’oro, con il naso adunco e il mento aguzzo, vestita di poveri stracci. Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio vola su una scopa; va sui camini e sui tetti delle case e distribuisce cenere e carbone ai bambini cattivi, regali a quelli buoni. A questo scopo ogni bimbo la sera del 5 gennaio appende una calza al focolare e va a letto presto.

In passato, i figli delle famiglie agiate potevano trovare nella loro calza un cavalluccio di cartapesta o un fischietto o una trombetta di latta o una bambolina di stoffa. In genere però, venivano messi un’arancia, qualche fico secco con le mandorle, delle zollette di zucchero, alcune noci…  non mancava mai un po’ di cenere e carbone a testimonianza che il bambino aveva commesso qualche marachella. Nelle case in cui era stato allestito il presepe, tutti pupi erano avvicinati alla grotta e si procedeva simbolicamente al battesimo del Bambino. Con solennità si recitavano le preghiere, poi si toglieva la statuetta del Bambinello, la si faceva baciare a tutti i presenti e la si conservava per il Natale successivo.

Si offrivano taralli, biscotti casarecci, porzioni di dolcetti, preparati dalla padrona di casa. Infine si brindava: le donne con il rosolio; gli uomini con il bicchiere di vino preparato nella propria cantina. A sera tardi si smontava il presepe, che in alcune famiglie, però, veniva conservato fino alla Candelora.