Dopo essere stati incantati dalla bellezza di Piazza Duomo con la sua fastosa Cattedrale e il maestoso campanile, unitamente allo splendore artistico del Palazzo Arcivescovile e del Palazzo del Seminario, non possiamo non sottolineare un elemento caratterizzante legato all’architettura della città di Lecce, in cui il “palazzo” rappresenta una parte prevalente della sua storia artistica. Infatti, il palazzo prendeva spesso il nome dalla famiglia o dalla personalità che ne ha permesso la realizzazione, diventando così testimonianza perenne di nomi illustri anche ai nostri giorni, pur a distanza di secoli.

Cominciamo così il nostro excursus sui palazzi di Lecce, per esaltarne la notevole valenza storica oltre che architettonica, ponendo al primo posto il Palazzo Carafa. Esso fu costruito intorno alla metà del ’500 come monastero delle Paolotte, detto anche degli Angiolilli, unitamente ad una chiesetta dedicata all’Annunziata. Successivamente, fu il vescovo A. Sozy-Carafa a legare definitivamente il suo nome all’edificio, abbattendo quello già esistente e curandone la ricostruzione dal 1764 al 1771 su disegno di E. Manieri.

Nella seconda metà dell’’800, abbandonato dalle religiose, fu adibito a collegio femminile, gestito dalle suore Marcelline e, dopo che queste ottennero un’altra sede, il vescovo N. Caputo lo cedette alla Provincia che, a sua volta, lo consegnò, nel 1895, al Comune. Per tale scopo fu modificato dall’architetto P. Ghezzi e destinato a sede del Municipio. In quell’occasione, per ricavare un portone centrale d’ingresso, fu bandito un concorso nazionale, la cui giuria fu presieduta dall’architetto G. Sacconi, che aveva già preso parte alla costruzione dell’Altare della Patria a Roma e della Cappella Espiatoria di Monza. Sui battenti del portone di rovere, realizzato da L. Falda, sono stati riprodotti gli stemmi degli Altavilla, dei Brienne, degli Enghien, degli Orsini del Balzo, ossia dei Conti di Lecce. Attualmente è sede del Comune di Lecce.

Di fronte al suddetto palazzo, sulla via F. Rubichi, abbiamo il Palazzo di Giustizia, ex sede del Tribunale. Fu costruito per la prima volta come collegio e dimora dei Gesuiti dall’architetto G. Valeriano nel 1577. Per opera dei religiosi, divenne il più importante centro d’istruzione scolastica di Terra d’Otranto a partire dal 1583, anno d’inaugurazione della scuola. Dopo che i Gesuiti furono espulsi nel 1767, l’edificio fu adibito a collegio-convitto. Chiuso nel 1784, fu successivamente occupato dai Benedettini neri di Montescaglioso o Cassinesi nel 1785. Soltanto nel 1868 con alcune opere di consolidamento, fu realizzata la nuova facciata che venne sovrapposta alla precedente. Nel 1869, al pianterreno dell’edificio, fu collocata la sede del “Circolo Cittadino”, con sale di biliardo e da gioco, una biblioteca ed una sala che ospita mostre come la raccolta di piccole statue caricaturali di note personalità leccesi dell’’800, realizzata da G. Rossi. Un bellissimo giardino all’interno valorizza ancora di più il palazzo. Per volontà di Giuseppe Bonaparte fu scelto come sede del Tribunale e della Corte Criminale e, fino al 1977, della Corte d’Appello.

Sulla via L. Prato, nei pressi della piazzetta omonima, è situato il Palazzo Costantini con lo storico Arco di Prato. La storia di questa famiglia viene ricordata dagli scudi araldici ormai consunti sui fianchi. All’Arco è legato un aneddoto, accennato nella nota canzone locale “Simu leccesi”: si dice che tale arco balaustrato fu segnalato dall’allora sindaco O. Giosuè Mansi a Ferdinando IV di Borbone, in visita a Lecce dal 22 aprile all’8 maggio del 1797, in occasione delle nozze del figlio primogenito e principe ereditario Francesco I con Maria Clementina d’Asburgo. Pare che il sovrano, stanco per il lungo percorso fatto a piedi, dimostrò un assoluto disinteresse per il monumento con una frase alquanto volgare, riportata nella suddetta canzone. Tale risposta rimase nella memoria storica dei leccesi, forse delusi e sorpresi da un tale atteggiamento poco regale, per cui a Lecce, per esprimere il proprio disinteresse per una cosa o per una persona, si dice eufemisticamente: “Arcu te Pratu”.

Anche ai lettori meno attenti non sarà sfuggito che i palazzi di Lecce ora ricordati sono appena tre, un numero piuttosto esiguo rispetto a quelli realmente esistenti nella nostra città. Ci riserviamo quindi di continuare il nostro percorso, confidando sempre nell’interesse e nella curiosità di chi ci segue.

Gionata Quarta