Nella notte fra il 12 ed il 13 maggio del 1988 un uomo precipita dalla finestra della camera che occupa al secondo piano di un albergo di Amsterdam. Il suo nome risponde a quello di Chet Baker, uno dei più grandi trombettisti bianchi di jazz contemporaneo. Le cause della morte appaiono, ancora oggi, misteriose anche se l’ipotesi più probabile sembra essere il suicidio, in seguito ad un eccesso di eroina. Qualcuno, però, sostiene che sia stato ucciso. Pone così fine alla sua vita il poeta maledetto del jazz, il genio romantico col volto da eterno adolescente fragile che, dopo aver raggiunto gli allori del successo nel 1953 a soli 23 anni nel quartetto di Jerry Mulligan, dissipò la sua esistenza nei paradisi artificiali della droga.

La prima volta che lo sentii suonare dal vivo fu nel settembre del 1985, nel suggestivo scenario di Piazza Duomo a Lecce. Fu una sorpresa per tutti perché il cartellone non prevedeva la sua presenza. In realtà era stato il direttore della Jazz Studio Orchestra, Paolo Lepore, col quale si era esibito la sera precedente a Bari, ad invitarlo a venire e lui non aveva rifiutato. Il fuori programma risultò quanto mai gradito ai jazzofili nostrani. Si trattò, infatti, a rigor di critica, di una delle sue migliori performance, complice forse la scenografia della piazza barocca. La musica di Chet presupponeva uno sforzo mentale non indifferente tuttavia, prestando la dovuta attenzione, l’ascoltatore poteva addentrarsi negli arcani labirinti sonori, tipici del linguaggio musicale del trombettista, restandone completamente avvinto, quasi prigioniero di un sogno.

Il canto solistico era freddo ed opaco, il fraseggio lirico al punto da trasformarsi in poesia, mentre l’introverso timbro sonoro richiamava alla mente le ovattate atmosfere artificiali di ambienti fumosi dalle luci soffuse. Indimenticabili restano le sue interpretazione di evergreen quali My Funny Valentine, Walking Shoes, Revelation, The Girl from Greenland. La musica di Chet non può essere scissa dalla sua vita: un’esistenza travagliata, obliqua come qualcuno la definì all’epoca, costellata dall’uso di droghe pesanti, da ripetuti arresti con successivi processi, nonché da continue sventure, non ultima l’infermità del figlio. Tali tristi vicende, la marcata somiglianza con James Dean, le affinità liriche e timbriche con la musica di Bix Beiderbecke, fecero di Backer l’incarnazione vivente del mito della Gioventù Bruciata, sul finire degli anni ’50.

Il ritorno di Chet in terra salentina coincise con i concerti tenuti a Tricase il 23 maggio 1987, nell’ex discoteca Tam Tam, poi a Giurdignano il 18 del mese successivo. Anche in queste occasioni fu possibile ascoltare il trombettista al massimo delle sue possibilità, anche in veste di cantante. La sua voce calda e malinconica riusciva ad imprimere un colore particolare ed unico alle sue interpretazioni, mentre i suoi ultimi assoli strumentali sapevano di dolore e rassegnazione.

In quella triste notte fra il 12 ed il 13 maggio del 1988, il poeta smise di recitare i suoi versi, aveva 60 anni. La sua fine fu l’epilogo di una vita dissoluta, di un lento uccidersi per più di 30 anni. Tuttavia la sua musica non può estinguersi, anzi resta immortale nelle registrazioni e nell’attenzione che ad essa volgiamo durante l’ascolto dei suoi brani, quei momenti in cui noi jazzofili sentiamo il desiderio di perderci in un sogno. Lo ricorderemo sempre così come lo abbiamo conosciuto: seduto su una sedia sopra un palco di legno, con alle spalle il Palazzo del Seminario ed il Duomo di Lecce alla sua destra, mentre assorto trattiene le note, una per una, per poi dosarle lentamente, quasi con cautela, in una melodia triste e malinconica ma terribilmente sublime.

 

Cosimo Enrico Marseglia