Questo giornale non poteva disattendere la legittima curiosità dei suoi lettori trascurando di fornire notizie biografiche sulla Giulia, un “personaggio“ notissimo a Lecce ancora fino agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, oggi ahimè ignorato dalle giovani generazioni e a favoleggiato dagli anziani con scarsa attendibilità.

Ecco, allora, la necessità di saperne di più sulla Giulia che,  ancora ragazzo di scuola media inferiore, incontrai per la prima volta accanto alla chiesa della Madonna della Grazia, in piazza Sant’Oronzo, mentre discuteva animatamente con un vecchio lustrascarpe, detto “lu pariginu”, altra figura caratteristica della Lecce di altri tempi.

Da giovane la Giulia fu una donna graziosa, paffuta, bionda, dal colorito roseo, ma le amarezze della sua esistenza l’avevano provata fortemente,  L’avevano invecchiata precocemente ed io la ricordo minuta, magra, vestita poveramente ed in disordine, coi capelli arruffati, sdentata ma con lo sguardo spiritato ed arzilla nel gesticolare, un fiume in piena quando parlava di ricchezza, Nobiltà del “suo” grande amore, il principe Umberto che, come noto fu re solo per breve tempo.

Lei, che era analfabeta, dettava lettere appassionata che quindicinalmente inviava a Roma, alla segreteria di Casa Savoia Per dichiarare il suo amore ad Umberto e qualche buontempone leccese, essendo a conoscenza di tutto ciò, giocò un brutto tiro alla Giulia inviandole un telegramma ove si leggeva: “Ti aspetto a palazzo reale. Tuo Umberto”. La poveretta sprizzò gioia da tutti pori, indosso una casacca da ufficiale e, giunta a Roma, chiese ad un vigile di indicarle il palazzo reale, esibendo il telegramma del suo re. La Giulia sicuramente ignorava che ormai in Italia c’era la repubblica e che il re di maggio era lontano, un dignitoso e silenzioso esilio.  Dopo brevi accertamenti presso il comando della polizia municipale dell’Urbe, fu rispedita a Lecce dove la si vedeva girovagare a raccattare cartacce che lei scambiava per soldi ed appariva sempre abbigliata allo stesso modo, con una veste lunga e scura che scendeva sino ai piedi e con una strana collana costituita da una catena di bicicletta che conteneva un mazzo di grosse chiavi, quelle del ‘palazzo reale’.

Figlia di Giuseppe Russo, originario di Galatina e di Marta Ellissi, di ignoti, nata a L’Aquila, Giulia fu la quarta di 12 fratelli. Vide la luce a Lecce il 9 gennaio1883 e le furono dati i nomi di Giulia, Pantalea, Carolina. Il padre vetturino, ossia conduttore di carrozza, doveva fare salti mortali per sfamare una famiglia numerosa. I ragazzi, cinque maschi e sette femmine, non ebbero istruzione scolastica e furono ben presto avviati al lavoro per raggranellare qualche soldo per la Casa e per darsi un avvenire. Giulia, insieme a due altre sorelle, apprese il mestiere di camiciaia, ma eccelse come stiratrice di polsini e colletti, ed era così contesa dalle famiglie patrizie leccesi che poteva soddisfare dignitosamente i propri bisogni.

Il 5 novembre 1912 la Giulia convolò nozze con Francesco Rizzo, nato a Lecce il 22 aprile 1888, ma l’unione durò poco perché il Rizzo, invaghitosi di un’altra donna, abbandonò la Giulia, e le premorì il 9 novembre 1944, per collasso da asma bronchiale. Il fallimento del matrimonio sconvolse la povera Giulia, la tua mente comincia a bacillare e, poiché il marito prima di separarsi l’aveva fatto firmare con l’inganno delle carte che attestavano la sua rinuncia a denaro e a proprietà, la Giulia si rivolse ad un legale per reclamare i propri diritti e per vanificare, pertanto, le dichiarazioni che imprudentemente aveva sottoscritto.

La causa si protrasse Per lungo tempo, la Giulia recriminava e sbraitava contro il marito, era certa che avrebbe vinto la causa, sicché la gente, per sfotterla l’apostrofava dicendo: “Giulia, l’a intra la causa?”. Mettevano il dito sulla piaga e la povera donna incominciava ad inveire: la gente di ogni ceto, senza rispetto alcuno per l’altrui disgrazia, dava corda alla malcapitata, rideva e si sollazzava di fronte al linguaggio fiorito della Giulia che, ahimè per lei, perse proprio la famosa causa.

Non corrisponde al vero, pertanto, quanto qualcuno dice a proposito, della storia di corna che riguardò la Giulia, la quale mai colse sul fatto il marito fedigrafo né, tantomeno, gli avrebbe inferto coltellate in preda ad un raptus di gelosia.

Senza casa, senza proventi finanziari e abbandonata dai parenti, la Giulia, costretta dalla propria indigenza a cercare lavoro, trovò un’occupazione come donna di servizio presso la nobile signora Concetta Cicala, vedova Albani. Accudì  pure la figlia di costei, Giuseppina Albani, nella casa patrizia che sorgeva alla fine del viale Otranto ove ora, abbattuto il vecchio stabile, vi è una nuova costruzione che ospita uffici bancari.

Queste signore le vollero bene come ad una propria congiunta, la Giulia abitava con loro, e quando, vecchia e malandata, non fu più in grado di lavorare finì in ospedale la sua vita. Essendo diventate molto anziane le signore Albani, la Giulia che già fruiva di una pensione sociale e che già veniva curata per disturbi mentali, con decreto n. 245/71 del Tribunale di Lecce, e messo il 14 marzo 1972, passò dallo stato di provvisorietà a quello di definitiva ammissione all’ospedale psichiatrico di Lecce, con la diagnosi di arteriosclerosi cerebrale con psicosi senile. È proprio presso l’OPIS la Giulia cessò di vivere il 14 maggio 1975 ed oggi, a molti anni dalla sua scomparsa tanti ancora la ricordano, sia pure con l’alone della leggenda.

Di Mario De Marco

Articolo tratto dal Corriere Salentino Magazine n.1 anno 2