Lo smacco subito a Taranto, ad opera di Maria d’Enghien, continua ad alimentare le ire di Ladislao d’Angiò-Durazzo che, deciso ad aver a tutti i costi ragione, appronta un nuovo esercito senza badare a spese, compromettendo ulteriormente le già precarie condizioni economiche del regno. Dal canto suo la Principessa di Taranto e Contessa di Lecce, ben consapevole del fatto che la contesa non è ancora stata risolta, cerca l’appoggio di Luigi II d’Angiò, pretendente al trono di Napoli, che conferma il titolo di Principe di Taranto al di lei figlio Giovanni Antonio Orsini Del Balzo. Temendo una nuova offensiva di Ladislao, Maria si stabilisce ad Oria, città che le consente un maggiore controllo dei suoi domini.

Il 15 marzo 1407, una flotta composta da sette navi pesanti e sei galere sbarca nei pressi di Taranto un poderoso esercito composto da 7 mila cavalieri e da un numero imprecisato di fanti, che cingono nuovamente d’assedio la città, da terra e da mare. Nonostante tutto, però, la conformazione di Taranto, per la presenza dei due mari, non consente un blocco totale della città che, comunque, viene sempre rifornita di viveri, armi ed unità. Individuato il punto preciso da dove affluiscono i soccorsi, difeso da un presidio di militi leccesi, Ladislao invia un drappello di uomini con la consegna di acquisire ad ogni costo il sito, essendo esso di vitale importanza tattica e strategica. Il presidio oppone una strenua e valorosa resistenza alle forze regie ma l’inferiorità numerica lo costringe alla resa. I superstiti vengono tutti uccisi senza pietà.

Quando la notizia dello scontro e del suo esito raggiunge Maria d’Enghien ad Oria, immediatamente questa raduna un esercito di 500 uomini, tutti provenienti dalla Contea di Lecce ed agli ordini del Barone di Corigliano Lorenzo Drimi, quindi, postasi ella stessa al comando delle truppe, muove verso Taranto. Nonostante l’assedio le unità penetrano indenni attraverso le schiere nemiche e fanno il loro ingresso in città, dove la presenza fisica della loro signora incoraggia i Tarantini alla resistenza, come già accaduto l’anno precedente. Nei giorni successivi le forze napoletane tentano più volte di avvicinarsi alla città assediata ma vengono respinti dalle frecce dei difensori, fin quando il Barone di Campi, Ludovico Maramonte, emulo degli antichi cavalieri, elevandosi a paladino di Maria d’Enghien, lancia il suo guanto di sfida al cavaliere avversario che intenda affrontarlo, per ripagare col sangue l’offesa arrecata alla sua Signora. La sfida viene raccolta da Gianni Caracciolo. Sotto le mura di Taranto i due cavalieri si scontrano e la lancia del Caracciolo uccide il cavallo del Maramonte che rimane imprigionato sotto il cadavere del destriero. La sua salvezza è dovuta all’atto di clemenza del suo avversario che rifiuta di infierire su di lui.

Dopo tale episodio riprende l’assedio ma, ancora una volta, la conformazione della città impedisce la chiusura del blocco, permettendo il costante afflusso di uomini, viveri ed armi. Le operazioni rischiano di protrarsi per lungo tempo, provocando il malcontento fra le armate regie, sino a quando la mente del capitano napoletano Gentile da Monterano non concepisce l’idea di un matrimonio fra i due contendenti. Ladislao, dopo averci pensato, si dimostra favorevole. La proposta viene recata alla Principessa di Taranto che, dopo le opportune valutazioni, accetta di diventare regina.

Quando il Re di Napoli riesce finalmente ad entrare a Taranto non trova la promessa sposa in abbigliamento festoso, bensì all’interno di un’armatura mentre gli offre le chiavi della città in un vassoio d’oro.

 

Cosimo Enrico Marseglia

 

Bibliografia

  1. Cutolo, Maria d’Enghien, Congedo Ed., Galatina 1977.
  2. L. De Vincentis, Storia di Taranto, Napoli 1878.
  3. Di Costanzo, Istoria del Regno di Napoli, Napoli, 1769.