Si, lo confesso, mi ritrovo spesso a studiare quel nasone imperioso, come un qualsiasi turista sedotto dalla magia della Basilica di Santa Croce.
Ogni volta ne resto colpito. Incastonato tra le foglie d’acanto poco fuori dal rosone, alle ore nove del quadrante, secondo alcuni studiosi, intenderebbe riprodurre l’autoritratto dello scultore Cesare Penna.
Ma chi era Cesare Penna?
Di certo sappiamo che nacque a Lecce nel 1607, in un periodo in cui, sotto la spinta del nuovo gusto manieristico, alla fantasia trasgressiva degli artisti ritornavano alla memoria i mostri, le arpie, le sirene, le mensole-cariatidi, e tutti quei simboli notati nell’infanzia, che, cresciuti con loro, si erano metamorfizzati nel tempo, ampliandosi nella forma e nell’immaginazione del bambino divenuto adulto. Alla fine del ‘500 e nella prima metà del ‘600 mutava l’arredo urbano e Lecce diveniva sempre più una Ville-église.

Cesare era un mastro scultore, un abilissimo ricamatore di quella tenera pietra dorata locale, era capace di creare figure e motivi ornamentali di grande effetto visivo. Era anche un instancabile lavoratore, in grado di stare per ore su quelle rozze impalcature. Sappiamo che scomparve nel 1653, ad appena quarantasei anni. E, tuttavia, riuscì a realizzare numerose opere di pregio che gli sono valse l’immortalità. Per buona parte del suo tempo condivise il desco familiare con la famiglia di Giuseppe Zimbalo, il celebre Zingarello, di cui fu sicuro maestro. Probabilmente, avrà conosciuto anche quel Francesco Antonio Zimbalo, nonno di Giuseppe, autore dei manieristici portali di Santa Croce. Sicuramente a Giuseppe ebbe ad insegnare i segreti dell’arte, quel modo particolare di realizzare i rilievi con una plastica mobile e sensuosa, densa di quel chiaroscuro capace di attrarre irrimediabilmente. Cesare, tra il 1637 e il 1639, realizzò nella Basilica di Santa Croce, firmandolo, il prezioso altare delle Reliquie, con accanto le statue degli Evangelisti Luca e Matteo. Ma doveva essere già famoso perché, alcuni anni prima, aveva scolpito la statua di San Pietro nell’omonima Basilica bizantina di Otranto.

Poco tempo dopo, nel 1646, firmò la porzione mediana della facciata di Santa Croce, quella in cui, come ha osservato Mario Cazzato in Puglia barocca (Capone Editore), preesisteva il rosone cinquecentesco del Riccardi (o dei suoi immediati seguaci-imitatori).
La figura del Penna fu a lungo studiata da Michele Paone, che gli attribuì, sempre sulla facciata di Santa Croce, anche le statue dei Santi Benedetto e Pier Celestino, simboli allegorici dell’Umiltà e della Sapienza, issati sulle volute di raccordo.
Proprio grazie al suo febbrile lavoro ed alla mano divina di Giuseppe Zimbalo, il complesso architettonico di Santa Croce può considerarsi il divenire e l’attestazione estrema del barocco leccese. Sono, dunque, tante, da non poterle qui raccontare tutte, le preziose opere che il genio del Penna ha saputo regalarci. Tra esse, è doveroso un fugace richiamo allo straordinario fascino che emanano, nella piccola Chiesa di Santa Maria degli Angeli, nella sobria Piazzetta Peruzzi, due suoi pregevoli altari. Il primo, detto degli Innocenti (1647 circa), con tela omonima del grande Antonio Verrio che narra la strage dei bimbi per mano di Erode e inquietanti scene macabre intagliate sulle colonne, ed il secondo, dedicato alla Natività della Vergine, con colonne tortili finemente scolpite. Occorre visitare quella Chiesa e fermarsi per un attimo, staccare la spina dalla frenesia quotidiana e varcare, in religioso silenzio, il cinquecentesco portone di ingresso.

Vi assicuro che sarà facile, in quel luogo mistico in cui finalmente il tempo si arresta, ritrovarsi ammutoliti, in balìa di un sicuro struggimento. Vi capiterà di guardarvi intorno, di osservare spaesati le tele che raccontano storie antiche, il soffitto perfetto, gli altari preziosi, la luce dolce che accarezza lo sguardo e, mentre assaporerete la voce eterna del silenzio, vi domanderete, senza ricevere alcuna risposta, come tutto ciò sia stato possibile. Cesare, purtroppo per lui e per noi, morì giovane, nel 1653, lasciando una figlia ed un figlio. Alla prima diede in sposa quel famoso architetto e scrittore (preziose le sue Memorie sulla città di Lecce) Giuseppe Cino, straordinario interprete di ulteriori meraviglie, tra cui il sontuoso e bellissimo Palazzo del Seminario in Piazza Duomo, che sarà definito dai suoi coevi, l’Ottava meraviglia del mondo; al secondo, l’omonimo Cesare Penna junior, affidò, invece, la maestria dell’arte dello scalpello.