Se il barocco è uno dei tratti più significativi dell’arte leccese, non bisogna però dimenticare la sua anima più profonda e antica di cui la documentazione artistica diventa specchio ed espressione.

A partire dal II sec. a.C., grazie ad un intensificarsi dei rapporti con i centri già romanizzati della Puglia, la nostra città subisce un lungo e graduale processo di trasformazione urbanistica, che porterà alla progettazione della “Lecce romana”. Il processo di monumentalizzazione comincia in età augustea su imitazione della capitale, analogamente ad altre città dell’impero. Nel II sec. d.C., in età adrianea prima e sotto Marco Aurelio poi, si registrano importanti interventi di restauro e di arricchimento degli apparati decorativi dei monumenti pubblici della città, in particolare dell’anfiteatro.

L’anfiteatro romano costituisce, infatti, la più rilevante testimonianza del periodo romano nel Salento. Il suo rinvenimento è da attribuire all’iniziativa del duca Sigismondo Castromediano. Infatti, nel 1873, durante alcuni lavori di scavo, si nota come il prospetto parallelo al lato sud del Sedile “poggia su una muraglia di parallelepipedi ortogonali di pietra leccese, a secco”; nell’ambito dello scavo di una cisterna si rinvengono degli elementi architettonici e in particolare viene individuato “un sotterraneo con quattro archivolti, nel quale da due lati pareva sbucassero due vie”, come si legge nella documentazione del tempo. Tuttavia, bisogna attendere la demolizione dell’Isola del Governatore e gli scavi per la costruzione del Palazzo della Banca d’Italia, per portare finalmente alla luce parte della struttura dell’anfiteatro, della cui presenza vi erano già numerose testimonianze letterarie. Lo scavo di un’area di 1300 mq rappresenta la prima indagine archeologica di ampio respiro condotta nel centro storico di Lecce; le operazioni vengono condotte da Cosimo De Giorgi, che può essere definito, senza dubbio, il pionere dell’archeologia urbana a Lecce.

Il rinvenimento dell’anfiteatro, nel 1901, si può considerare il grande evento con il quale si apre il nuovo secolo e condizionerà molte scelte urbanistiche, modificando il “cuore” della città. Tuttavia non mancarono forti polemiche nei confronti degli scavi proposti che avrebbero sconvolto piazza S. Oronzo. Ne è prova una lettera del 16 maggio 1909 scritta al De Giorgi da Filippo Bacile, barone di Castiglione, allo scopo di sostenerlo ed incitarlo a perseverare nell’impresa. La posizione e la presenza di importanti edifici avrebbero portato allo scoprimento di un limitato settore del monumento, racchiuso in un recinto a forma di “L”.
Occorrerà un’ancor più energica spinta culturale per riprendere a scala più ampia il parziale scoprimento dell’anfiteatro. Alla fine degli anni ’20, il Fascismo esalta i valori della romanitas di Lecce, quando in diverse occasioni il palco per le manifestazioni di regime viene addossato al prospetto della chiesa di S. Maria della Grazia, davanti al recinto dell’anfiteatro, in un confronto diretto tra antica e nuova “romanità”. Nel 1938 riprendono i lavori di scavo che metteranno in luce il monumento così come ci appare oggi. Gran parte dell’ellissi è ancora sepolta fin sotto la chiesa di S. Maria della Grazia.

L’anfiteatro romano rappresenta uno dei monumenti più emblematici in quanto elemento generatore  dello spazio urbano e interrompe l’austero modello urbanistico ottocentesco, ma la bellezza che si presenta oggi ai nostri occhi è un’altra storia.

Gionata Quarta