di Claudia Forcignanò

Era il 1888 quando Raffaele Attilio Amedeo Schipa, quarto figlio di una modesta famiglia leccese, vide la luce nel quartiere delle Scalze.

L’anno volgeva al termine, gli uffici anagrafe non erano fiscali come oggi, e così il compleanno del neonato fu posticipato al 2 gennaio 1889.

Sin dalle scuole elementari, il talento del piccolo Schipa colpì il suo maestro Giovanni Albani, ma fu grazie al Vescovo Gennaro Trama che potè ricevere un’istruzione adeguata da compositore entrando in seminario.

In realtà l’adolescenza del vivace Tito non fu “casa e chiesa”, infatti dopo alcune peripezie e una serie di cuori infranti, si trasferì a Milano per completare gli studi con Emilio Piccoli.

Il 4 febbraio 1909, a VercelliTito Schipa sale per la prima volta su un palcoprendendo parte ad una interpretazione della “Traviata” e dando il via alla sua carriera, caratterizzata da un talento unico coltivato con costanza e dedizione.

La compagnia operistica di Giuseppe Borboni fu un tassello fondamentale nella sua formazione, e a soli cinque anni dalla prima esibizione a Vercelli, nel 1914, il pubblico di Napoli riconobbe la nascita artistica del mito “Tito Schifa” nella stagione diretta da Leopoldo Mugnone.

Il 14 Gennaio 1918 al Real di Madrid, con la “Manon”, conquistò il pubblico spagnolo e diede il via ad una serie di viaggi tra Spagna e Sud America.

Oltre all’amore per le note, a Montecarlo, alla prima de “La Rondine” di Giacomo Puccini, arrivò anche l’amore per una donnaAntoinette Michel d’Ogoy, soubrette francese dalla quale ebbe le sue due figlie, Elena e Liana.

Nel 1919 sbarcò negli Stati Uniti alla Civic Opera di Chicago, ospite della soprano Mary Garden e dall’impresario Cleofonte Campanini dove debuttò con il “Rigoletto”.

Conosciuto dal pubblico come il successore di CarusoTito Schipa visse a Chicago per quindici anni, si spostò, ormai ricco e famoso, al Metropolitan di New York dove si esibì come Primo Tenore.

Compì spesso scelte artistiche rischiose e audaci portate avanti con passione, dalla composizione di un’opera-jazz, all’incursione nel repertorio leggero spagnolo e napoletano, lasciandosi tentare con successo dal cinema sonoro e cimentandosi nella recitazione nei musical.

Persino i gangster di Al Capone lo ammirarono e arrivarono onorificenze importanti come la Legion d’Onore Francese.

Tito Schipa aveva il mondo nelle mani, ma la sua indole avventurosa e la tendenza a spendere, lo costrinsero ad una vita di alti e bassi: le donne che amava corteggiare e conquistare crearono non pochi problemi al suo matrimonio mentre la sua situazione economica passava dalle stelle alle stalle.

Se durante la Prima Guerra Mondiale, aveva vinto una causa contro la sua agenzia riuscendo ad ottenere la possibilità di non navigare a causa dei sottomarini, la Seconda Guerra Mondiale lo riportò in Italia dove iniziò una relazione con l’attrice Caterina Boratto e, in virtù dell’amicizia con Achille Starace, si avvicinò al regime fascista, tanto da essere considerato indesiderato in America e al Teatro alla Scala.

Riuscì a riabilitare la propria figura solo negli Anni ’40 e riprese la sua vita d’artista in giro per il mondo.

L’amore cambiò nuovamente le carte in tavola per il tenore e nel 1944 arrivò l’attrice Teresa Borgna, in arte Diana Prandi, sua sposa nel 1947 e madre di Tito Jr.

Nel 1956 a Budapest diresse una scuola di canto e nel 1957 fu presidente della giuria del festival della gioventù a Mosca.

rapporti con la Russia attirarono l’attenzione dei servizi segreti italiani che oltre ad aprire un fascicolo su di lui, gli impedirono di aprire un’accademia di canto.

Ancora una volta fu l’America ad accogliere Tito Schipa come un figlio che torna a casa e il sogno di aprire una scuola di canto si realizzò a New York.

Pensare che Schipa abbia interpretato molti ruoli e avesse un vasto repertorio è un grossolano errore: il nostro tenore scelse con cura i brani su cui far vibrare le sue corde vocali e senza ombra di dubbio, i più importanti furono quelli che lo videro protagonista: “Werther” di Massenet, “L’Elisir d’Amore” di Donizetti e di “L’Arlesiana” di Cilea.

Morì il 16 dicembre 1965 a 67 anni, ucciso dal diabete.

La sua carriera, costellata da successi tuttora ineguagliati, avventure e viaggi, durò ben 57 anni.

Lecce, la sua città natale, ogni giorno a mezzogiorno, gli rende omaggio facendo risuonare la sua voce in Piazza Sant’Oronzo e non importa quante volte la si senta: ogni volta è un’emozione.