Non occorre andare nelle lontane lande inglesi per incontrare dolmen o menhir, vestigia risalenti al neolitico. Infatti il Salento ne presenta tantissimi, spesso nemmeno notati da chi passa loro accanto, quasi snobbati, con la sola eccezione di uno sparuto numero di studiosi. Eppure un tempo le nostre polazioni li veneravano, in una forma di litolatria risalente a convinzioni ataviche indissolubilmente radicate. La Chiesa dovette faticare a lungo per sradicare tali credenze ed imporre il culto del Dio Unico. Nel Medioevo moltissimi di tali importanti reperti furono smantellati, nella speranza di impedirene il culto ma con scarso successo, al punto che le autorità ecclesiastiche si rassegnarono a cristianizzarli, apponendo sulla sommità dei menhir delle croci metalliche oppure incidendole sulla superficie. Per tale motivo presero il nome di “Sanna”, derivato da “Osanna”.

Ogni singolo menhir (dal Bretone men=pietra e hir=lunga) o dolmen (dol=tavola e men=pietra), conserva una leggenda relativa alla sua costruzione o a favolosi tesori nascosti, custoditi dagli spiriti abitanti nelle pietre stesse. Oggi ci occuperemo, in particolare, di un dolmen dislocato ad Ostuni che, per le sue dimensioni, viene denominato “Tavola dei Paladini”. Per la sua erezione si arretra nel tempo, sino a quando sulla terra vivevano i Giganti.

Si racconta che un giorno alcuni Giganti organizzarono fra loro una singolare sfida, finalizzata a scoprire chifosse capace di costruire una tavola grande quanto una casa. Alcuni sollevarono delle immense pietre e le portarono sul luogo prescelto, conficcandole nel terreno senza grande fatica. Queste pietre costituivano le pareti del dolmen, tuttavia mancava la lastra superiore ma essi non si preoccupavano perché, a loro avviso, nessuno sarebbe stato capace di elevarne una così grossa. Invece l’ultimo Gigante, a quanto pare un ripo schivo e taciturno, riuscì a sollevare un’enorme lastra litica ed a lanciarla a distanza sulle pareti della tavola, nella posizione che ancora oggi conserva. Inutile dire che gli altri, a malincuore, dovettero rassegnarsi ad incoronarlo vincitore della sfida ….

 

Cosimo Enrico Marseglia