C’è un qualcosa di fantastico nella Lecce antica. Pagine di storia del Seicento e del Settecento, ricche di suggestioni difficili da spiegare. Compaiono all’improvviso e ti ritrovi impreparato. Preso dallo stupore, scatti d’istinto una, due, tre, quattro foto, da prospettive diverse. Vuoi capire ma è difficile. Scruti quei volti di donna, cesellati nella docile pietra dorata, frutto di mani divine. Ne segui i lineamenti eleganti e ti domandi come sia stato possibile. È un interrogativo frequente. Non sei in un museo, ma è come se lo fossi. Palazzo Marrese, dove vivono quelle splendide figure che adornano il portone, con un lungo balcone su mensole figurate (protomi di angeli e di maschere), è attribuito alla personalità eclettica di Mauro Manieri (1687-1744 circa). Di famiglia nobile, chierico di mezza sottana, matematico e censore, dottore in utroque iure, Mauro non fu solo un architetto ma anche un accademico degli Spioni, dei Trasformati e dell’Arcadia. Quella Piazzetta, oggetto di costante stupore, è intitolata alla fulgida figura di Ignazio Falconieri, il cui nome è un tuffo rapido nella Storia del Mezzogiorno. La sua storia di intellettuale e patriota merita un breve cenno.

Grazie al precoce ingegno ed alla vasta cultura, Ignazio, nato a Monteroni di Lecce nel 1755, fu nominato giovanissimo professore di eloquenza e retorica presso il Seminario di Nola. Trasferitosi successivamente a Napoli pubblicò vari scritti, elogiati dai più grandi storici della Repubblica partenopea, tra cui particolare notorietà ebbero le Istituzioni di Oratoria e poetica, in uso nelle scuole napoletane per oltre cinquant’anni, e Sentimenti ed orazioni scelte di M. Tullio Cicerone, per citarne solo alcuni. Prese parte attiva alla Repubblica Partenopea che fu proclamata dopo la Rivoluzione francese. Con il ritorno dei Borbone, Falconieri fu arrestato e ascese, con altri patrioti tra cui l’indomita Eleonora Pimentel Fonseca, al patibolo di Piazza Mercato, in Napoli, a soli 44 anni,  vittima della reazione borbonica, a causa del suo libero pensiero.

In questo luogo della Lecce vecchia, poco distante dal fascino antico di Piazza del Duomo, ti guardi intorno spaesato e ti imbatti nella maestosità del Palazzo appartenuto al marchese Giuseppe Palmieri (1721 – 1793), noto studioso dell’arte della guerra ma anche illustre economista, autore di opere fondamentali con cui si propose di favorire la diffusione delle conoscenze economiche, essenziali per rimuovere gli impacci che soffocavano non solo l’agricoltura, ma anche le manifatture e i commerci, impedendo per ciò stesso quella crescita della ricchezza nazionale da lui definita «oggetto degno» d’ogni governo. Il prospetto secondario di quel Palazzo, quello che si affaccia su Piazzetta Falconieri, fu affidato al gusto estetico dell’architetto Emanuele Manieri, l’autore indimenticato dei Propilei (1761) che annunciano l’ingresso in quell’incanto che è Piazza Duomo. Sempre in Piazzetta Falconieri, tra turisti inconsapevoli, con un po’ di immaginazione, puoi tornare indietro nel tempo. E, osservando le finestre dalle cornici mistilinee di gusto rococò, puoi provare a scorgere, nelle loro eleganti uniformi, Giuseppe Bonaparte o Gioacchino Murat, celebri ospiti in quel periodo dei primi dell’800 in cui il regno di Napoli fu assoggettato alla dominazione francese. Anche per Lecce iniziò una nuova stagione con profonde trasformazioni sul piano delle strutture economiche, amministrative e urbanistiche, secondo le direttive impresse dalla politica napoleonica. Solo a seguito della definitiva sconfitta dell’Imperatore a Waterloo e la chiusura del Congresso di Vienna, ritorneranno i Borbone nel Regno di Napoli e la Lupiae dei Latini vivrà le commoventi e dolorose pagine del Risorgimento salentino.