Correva l’anno 1631. Pietro Micheli lo chiamavano il ” Borgognone“, per via delle sedicenti origini francesi (si diceva che fosse nato a Dole). Dobbiamo a lui se l’arte della stampa in quell’anno prese piede nella città di Lecce.
Invero, come ci ha ben raccontato lo studioso Gianfranco Scrimieri, in ” Introduzione a Pietro Micheli tipografo del 1600“, Editrice Salentina, 1974, Pietro fu il primo stampatore autorizzato, con monopolio assoluto dal 1631 al 1690 circa, quando la sua tipografia fu rilevata dagli eredi. Egli lasciò poco più di duecento edizioni, prima operando a Trani come allievo del romano Lorenzo Valerii (1621-1628), pur senza figurare nei frontespizi, poi a Bari (1629-1630), solo e in società con Giacomo Gaidone, infine a Lecce dal 1631 al 1690 circa. A dire il vero, in precedenza, nel 1583, era stato Bernardino Desa, a Copertino, a dare alle stampe il libro di Giovanni Michele Martiano, ” Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto“.
Tuttavia, in Lecce, il Micheli fu colui che fece la storia della stampa, dando al suo mestiere un assetto imprenditoriale, allacciando relazioni commerciali con gli amministratori della città, con il Vescovo e la sua corte, con gli uomini di cultura del tempo.
Con Pietro si assiste ad una vera e propria rivoluzione. Il libro muta il proprio aspetto e quella che era stata la pagina nuda del Desa si trasforma, vestendosi ora di fregi, di animali, di figure umane e divine, di scudi e medaglioni, in un vorticoso crescendo.
Finalmente, con la sua opera, l’arte barocca fa irruzione nel frontespizio, adattando l’estetica del libro, ricco oramai di incisioni e raffinate rilegature, al gusto decorativo del tempo.
Sono gli anni della prima metà del Seicento, in cui la riorganizzazione del clero e il rilancio dell’edilizia religiosa hanno un grande protagonista in Luigi Pappacoda, vescovo di Lecce dal 30 maggio 1639 al 17 dicembre 1670, partecipe e protagonista in prima persona degli eventi più significativi del trentennio, tra cui anche lo scampato pericolo dalla terribile peste che infuria nel Regno (1656). In quegli anni, del Penna e del Giuseppe Zimbalo, l’arte comincia a coprire di fogliami i palazzi, diviene sempre più barocca nelle cappelle e negli altari delle chiese.
Le facciate sono fantasticamente parate di festoni, di astragali, di figurine di cariatidi. Le colonne degli altari, ricamate da ghirigori, sono sostenute da glorie di putti, con architravi ricamate, con nicchie cesellate, da cui s’affacciano santi di pietra che, solo più tardi, saranno in cartapesta. Tutta questa esuberanza si fa strada nella vita dei chierici e nelle funzioni ecclesiastiche, rendendole teatrali.  In questo contesto Pietro Micheli, accompagnato nella sua attività dal genio creativo di Pompeo Renzo, straordinario incisore, è per tanti anni il dominatore assoluto della scena, protagonista essenziale dell’effervescente vita culturale della città. Nella sua tipografia, in un angolo della Lecce vecchia, è facile incontrare letterati, prelati, teologi, filosofi e poeti. Al Micheli dobbiamo la pubblicazione di due opere importanti di Ascanio Grandi, il “Tancredi” e “I Fasti sacri” e, nel 1634, la “Lecce Sacra” di Giulio Cesare Infantino, importante descrizione delle chiese e dei conventi della città, con una pregevole incisione di Pompeo Renzo nel frontespizio e altre cinque nel testo. La fama di letterato raggiunta da Ascanio Grandi offrirà grande impulso all’attività tipografica del Micheli che godrà di commissioni a getto continuo. Nella Puglia, nel sec. XVII, non vi sarà altra presenza tipografica, oltre quella del Valerii a Trani, paragonabile, per continuità e qualità, a quella del “Borgognone”.
Passeggiando a piedi, riflettevo ad una circostanza singolare, ossia che la via intitolata a Pietro Micheli e quella che, invece, reca il nome di Pompeo Renzo siano, nella toponomastica cittadina, geograficamente distanti, quando, invece, la loro collaborazione in vita fu strettissima.
Ed infatti a Pietro è intitolata una via, nella Lecce moderna, con la spartana dicitura di ” Tipografo” sotto al suo nome. Ben poca cosa rispetto a quella che fu la sua straordinaria importanza nella seconda metà del Seicento. A Pompeo, invece, è dedicata una piccola via vicino alla Chiesa di Sant’Angelo, nella Lecce antica, luminosa di giorno e struggente al tramonto.  Ma, in fin dei conti, a pensarci bene, di queste stranezze la Storia è piena.