A Lecce, ogni vicolo e ogni palazzo, hanno storie da raccontare. Da qualunque angolo si decida di iniziare la visita della città, ci si imbatterà in qualcosa che tramanda leggende e tradizioni.

Ciò che più conta, quando si visita Lecce, è tenere gli occhi ben aperti e non sottovalutare nulla perché nulla è ciò che sembra.

Non sorprende dunque, che quello che a tutti potrebbe apparire come l’ingresso monumentale di una corte, sia in realtà uno dei monumenti più importanti della città: l’Arco di Prato.

L’Arco di Prato si gode le tranquille giornate leccesi nella piazzetta a lui dedicata, dando ogni tanto uno sguardo al vicino palazzo Costantini e gustando la compagnia dei curiosi che a tutte le ore lo attraversano per scoprire cosa si cela dall’altra parte.

Dall’altra parte, in effetti qualcosa di interessante c’è: palazzo Prato, eretto secondo i dettami dello stile militare, quindi monumentale e austero, e una cisterna recante un’iscrizione latina che la identifica come torre colombaia.
Ma la vera attrazione è la parte dell’Arco di Prato che affaccia sulla piazzetta.

L’Arco di Prato deve il suo nome a Leonardo Prato, uomo d’armi e illustre condottiero, che nel 1479 portò alto il nome della sua famiglia, originaria di Lecce, distinguendosi nella cruenta battaglia di Rodi contro i Turchi e alcuni anni dopo fu parte attiva nelle trattative di pace con il Pascià.

La carriera di Leonardo Prato fu costellata di atti eroici e amicizie importanti, tanto che sotto il dominio degli aragonesi, ottenne diritto di asilo proprio nella sua dimora.

Amatissimo dai veneziani, poiché si schierò al fianco della Repubblica di Venezia contro i francesi, combatté al fianco del Pontefice e alla sua morte, avvenuta sul campo di battaglia, fu seppellito nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia dove in suo onore fu eretta anche una statua equestre.

Fioccano i racconti e le leggende riguardo l’Arco di Prato: si narra che quando Ferdinando II venne in visita a Lecce, con orgoglio ed entusiasmo fu accompagnato a fare un giro turistico della città e una volta giunto nei pressi dell’Arco di Prato, gli fu detto:”Maestà, questo è Arco di Prato” e il sovrano, senza scomporsi, dopo averlo degnato di un rapido sguardo rispose:”E io me ne fotto!” con un inconfondibile accento napoletano.

I leccesi, sempre aperti alle nuove tendenze e dotati di ottimo spirito di interpretazione, fecero propria la citazione, dotandola di una delicata accezione dialettale e da quel momento, “arcu te pratu” significa me ne fotto!

Un’altra leggende, meno colorita vuole che in tempi passati, per volere di Carlo V, su richiesta di Leonardo Prato, chiunque riuscisse a passare sotto l’Arco di Prato, godesse dell’immunità e non potesse quindi essere arrestato.

La costruzione dell’Arco di Prato risale al 1500 e ne rispetta in pieno lo stile.

Ciò che più ammalia dell’Arco di Prato è la profondità, che più che ad un arco, lo rende simile ad una galleria.

Ai margini dell’ingresso, si trovano due paraste su cui sono scolpiti i pennacchi che celebrano la famiglia Prato, purtroppo ridotti a miseri scarabocchi dal tempo.

Al centro dell’Arco di Prato svetta una voluta e alzando ancora lo sguardo si può ammirare una balaustra formata da balaustrini sagomati alternati a pilastri quadrati.
Sul lato destro invece, visibile solo ai più curiosi, è custodito il più antico stemma della città.

Infine, è d’obbligo ricordare la meravigliosa canzone “Arcu de pratu”, scritta nel 1938 da Corallo Menotti, musicata dal fratello Luigi e cantata poi da Bruno Petrachi.

“Sìmu leccesi core presciatu
sòna maestru arcu te Pratu“