Antichi mestieri in via di estinzione, che hanno l’odore della  tradizione locale, delle piccole botteghe di una volta, luogo di lavoro e di incontro, giusto  per fare quattro chiacchiere e risollevarsi dalle fatiche della giornata.

Nell’era del consumismo e del ‘butta e fuggi’, ricordano ancora oggi , soprattutto ai giovani, il valore delle cose, del recupero, del tanto reclamato ‘riciclaggio’, perché tutto ha un costo e un significato.

Difficile ritrovare questi posti,  a puteca, u mesciu, lu bancutieddru, che appaiono orami datati e per certi versi superati. Ma non tutto è perduto.

Un percorso affascinante, che ci porta  alla bottega del calzolaio, lu scarparu, quell’artigiano che confeziona oppure ripara le scarpe, per sostituire ‘li menzetti, le sole o li tacchi’.

Un mestiere antichissimo che rimanda ad un passato che si perde nel tempo. Sandali  e calzari, stivali e ciabatte non hanno nulla di contemporaneo.

«I Greci furono i primi  – come si legge in un interessante testo di Aduino Sabato, Antichi mestieri salentini, edito da Grifo nel 2018 – nell’arte della calzoleria, a servirsi della ‘forma’ (riproduzione in legno della forma del piede)». Ed ancora nel 670 a. C., sotto il regno di Numa Pompilio, il sutor , cioè il ciabattino in latino era un artigiano ben remunerato e «inquadrato nella quinta delle otto corporazioni allora esistenti».

Divisa essenziale, un grembiule, e attrezzi del mestiere, il treppiede, la lima, le tenaglie, tronchetti,  la spazzola, colla, pennelli e martelli, i ciabattini , nel passato, erano seduti spesso davanti l’uscio di casa quasi a richiamare i passanti, al ticchettio del martello e all’intonazione di qualche nota canzonetta popolare.

Oggi come ieri. Antonio, classe 1981, padre di due figli, a Racale, piccolo paese del Salento, fa il calzolaio da circa 12 anni, dopo un lungo apprendistato con gli anziani maestri del mestiere.

Un lavoro fatto per passione, tra grandi difficoltà  ai nostri giorni, perché sovente  il profumo dell’usato sa spesso di spazzatura. Si fa prima a comprare il nuovo che a riparare il vecchio. Per fortuna c’è ancora chi non la pensa così. E la bottega di Antonio, che rappresenta simbolicamente tutti i calzolai della nostra terra, è un via vai di gente con buste e scatole  in mano per richiedere riparazioni e riscoprire, a lavoro concluso, la bellezza di un capo usato, che emana profumo di vernice e il luccichio della pulitura. Pronto per l’uso. O il ri-uso.

Meravigliosa la sensazione di ritornare nel passato, in quei luoghi dove ci accompagnavano i nostri nonni, in cui i nostri sguardi si perdevano tra i tanti oggetti e la nostra fantasia imparava a volare. E a capire il senso della fatica e del sacrificio. Tradizioni locali  che segnano  e insegnano. Giovani che custodiscono questa eredità, ancora.  Un’eredità che potrebbe essere, dinanzi al consumismo dilagante, una ri-educazione alle piccole cose, alla meraviglia della riscoperta, al vero senso e significato della vita, che non è ‘sentirsi nel mood’ di mode e tendenze che lasciano il tempo che trovano.