Basta leggere il suo libro ” Sulla pena di morte: lezione“, pubblicato nel 1848, per rendersi conto dell’assoluta grandezza. Mi riferisco a Giuseppe Pisanelli (1812 – 1879), patriota, avvocato, accademico e statista, la cui figura, scolpita nel 1924 dalla geniale mano dello scultore Antonio Bortone, si staglia nella bella piazza di Tricase, città natale. La sua storia di salentino illustre, nell’Ottocento italiano, merita di essere raccontata. Svolse gli studi liceali nel Collegio di San Giuseppe in Lecce. Vi stette sino al 1828 quando, in occasione delle seconde nozze della madre con il magistrato Vito Chiga, passò a Trani e s’avviò in quegli studi forensi nei quali diventò poi illustre. Nel 1835 fu mandato a perfezionarsi a Napoli negli studi di giurisprudenza. Il barone e patriota Giuseppe Poerio, la cui casa era il santuario della memoria del passato e della speranza per l’avvenire, percependone le immense qualità, ne diventò mecenate. Nel 1836 il Pisanelli intraprese la professione forense, entrando in contatto con giuristi di grande rilievo come Massari, Mancini, Scialoja e con le figure più rilevanti del liberalismo meridionale. Dopo la pubblicazione del saggio “ Della punibilità del mandante nei reati di sangue”, fondò con Roberto Savarese a Napoli, nel 1838, una scuola privata di Diritto e Procedura penale, approfondendo gli studi sull’abolizione della pena di morte. La Terra d’Otranto lo elesse, il 18 aprile 1848, deputato al Parlamento napoletano, e lo riconfermò il 24 giugno dell’anno successivo. Quando gli venne comunicata la notizia della sua elezione, ringraziò gli elettori con una lettera in cui affermava che “ principal debito di un Deputato è quello di aborrire da ogni spirito di parte, trionfar di sè stesso e concorrere con animo forte alle vacillanti sorti della patria comune; al che meglio che la virtù dell’ingegno giova l’indipendenza del cuore”.

Amò la sua terra con la stessa passione con cui servì, con generosità e disinteresse, la Patria. Sfuggito alla feroce repressione borbonica dopo la parentesi rivoluzionaria del 1848, l’anno successivo si imbarcò per Genova e si stabilì a Torino. Nell’estate dell’anno seguente si trasferì a Parigi, stringendo amicizia fraterna con Guglielmo Pepe e con il filosofo Vincenzo Gioberti. Tornato in Piemonte, nell’agosto 1853, venne raggiunto dalla condanna in contumacia alla pena di morte con la confisca dei beni. Esule e vicino ad altri intellettuali meridionali emigrati nel Regno di Sardegna, iniziò a collaborare con Pasquale Stanislao Mancini e Antonio Scialoja alla redazione del “ Commentario al Codice di Procedura civile per gli Stati sardi” (8 voll., 1855-63). L’opera fu pregevole e, di essa, le trattazioni sulla competenza e sui mezzi per impugnare le sentenze furono redatte dal Pisanelli. A Torino gli furono vicini il conte Balbo, il D’Azeglio e lo stesso Conte di Cavour. Fermo sostenitore della causa dell’unificazione nazionale, tra il 1859 e il 1860 si impegnò anche nell’opera di riordinamento delle Università di Modena e Bologna. Assunse, per un breve periodo, la guida del Ministero della Giustizia, cercando di estendere al Mezzogiorno l’ordinamento istituzionale e la legislazione penale del Regno di Sardegna. Il suo contributo più significativo rimase l’opera di unificazione legislativa, culminata nella messa a punto dei progetti di Codice civile, di Procedura civile e del primo libro del Codice penale. Confermato nel 1862 nella cattedra di diritto costituzionale nell’Università di Napoli, con il governo Farini, fu scelto nuovamente quale ministro di grazia e giustizia. Rieletto alle consultazioni suppletive della XII legislatura nel collegio di Brindisi, venne chiamato a rappresentare il collegio di Manduria in quelle del gennaio 1878. In questo periodo prese le distanze dal suo partito rispetto alle problematiche dei rapporti Nord/Sud d’Italia, criticandolo perché incline a una politica favorevole agli interventi nel Settentrione anziché al rilancio economico del Meridione. Tornato alla professione forense e all’attività didattica e di ricerca scientifica, pubblicò, tra l’altro, “ I progressi del diritto civile in Italia” (1871) e il “ Trattato della Corte di Cassazione” (1875). Si spense a Napoli il 5 aprile 1879. Di grande solennità furono le commemorazioni in Parlamento. Francesco Crispi affermò “ esservi uomini, qualunque sia la parte politica nella quale abbiano militato, che appartengono al Paese”. Silvio Spaventa, singhiozzando, lo chiamò fratello, amico, veterano della libertà. Il De Pretis, Presidente del Consiglio, affermò commosso che la scienza del diritto aveva perduto uno dei suoi più alti esponenti. Il patriota, il politico e giurista, Giuseppe Pisanelli, per il suo passato, per l’eccellenza degli studi, per lo spirito universale e la dirittura morale, superò il suo tempo.

Giorgio Mantovano

Tricase, piazza Pisanelli – Foto Toti Bello