Se solo Lecce imparasse a sentirsi visceralmente madre dei grandi nomi cui ha dato i natali, con buona probabilità, un moto d’orgoglio le percorrerebbe la schiena, da troppi dolori piegata, e a testa alta mostrerebbe all’Italia la sua magnificenza, fatta di storia e cultura.

Una cultura che affonda le radici nel tempo che ancora non era di Cristo e tra miti pagani pasceva poeti, uno su tutti: Quinto Ennio, nato a Rudiae il 16 luglio del 239 a.c. a oggi considerato padre indiscusso della letteratura latina.

Un eroe del suo tempo,sfacciato e colto al punto giusto, quello in cui si può decidere dI tentare la titanica impresa di ergere la lingua latina a lingua ufficiale della letteratura di un Impero che ancora non si chiamava Italia, ma che governava il mondo conosciuto.

Quinto Ennio poté muoversi agevolmente tra lingua greca e latina perché il Salento era all’epoca terra bagnata dal mare e da tre culture: quella greca, quella messapica e quella latina, che lo portarono a parlare indistintamente greco, osco e latino.

La II Guerra Punica portò Quinto Ennio lontano dal Salento, in Sardegna, dove conobbe colui che gli aprì la strada verso Roma: Catone il Censore.

A Roma Quinto Ennio si ambientò facilmente e si inserì nell’ambiente politico e culturale della città, conoscendo Scipione l’Africano e il circolo degli Scipioni.

La vita dei poeti, all’epoca non trascorreva nell’otium, anzi, erano spesso impegnati in campagne militari di spessore con il compito di cantare le gesta dei combattenti, e Quinto Ennio non fu da meno, infatti nel 199 a.C. seguí Marco Fulvio Nobiliore nella guerra contro la Lega etolica.

Nonostante il malcontento Catone il Censore, suo primo mentore, la scelta di Quinto Ennio si mostrò vincente perché dopo pochi anni, Quinto Fulvio Nobiliore, figlio di Marco Fulvio Nobiliore, gli fece conferire la cittadinanza romana.

Nonostante quella che sembrava essere una vita dedicata al successo e alla ricchezza, Quinto Ennio trascorse una vecchiaia umile, ai limiti della povertà, ma il suo indubbio valore nel campo della letteratura, fece sì che nel 169 a.c., anno della sua morte, le sue spoglie mortali trovassero posto nella tomba degli Scipioni, sull’antica Via Appia.

La genialità di Quinto Ennio, ciò che lo ha reso immortale, sta nella sua capacità di cimentarsi in generi vari e sconosciuti, qualificandosi definitivamente come precursore della letteratura latina, colui che per primo scrisse in esametri e per primo nei suoi “Annales” raccontò la storia di Roma.

Un poema epico in tutti i sensi, gli “Annales”, che anno dopo anno, a partire dalla fondazione, ripercorrono la storia di Roma e a cui il poeta lavorò ininterrottamente fino alla morte.

Numeri da capogiro ruotano attorno agli “Annales”: 18 libri, suddivisi in tre gruppi di sei per un totale di oltre 30mila versi.

A noi ne sono giunti appena 600.

Se sicuramente Quinto Ennio fu un grande filosofo e poeta, il senso dell’ironia non fu il suo forte, la satira non gli appartenne, ma alla fine nessuno è perfetto e anche a lui si può perdonare una produzione satirica composta da pochi versi e due commedie: la “Caupunculae” e il “Pancratias”.

Uno dopo l’altro, i figli del Salento costruiscono e ricostruiscono il passato e il futuro di questa terra.

Leggiamo di loro, studiamone le parole.