Arrivando in piazza Sant’Oronzo a Lecce, prima ancora di notare il famoso mosaico della Lupa, l’attenzione viene catturata da quello che a tutti gli effetti è un palcoscenico su cui fa bella mostra di sè uno dei monumenti più amati della città: il Sedile, conosciuto anche come Palazzo del Seggio, reso ancora più spettacolare dalla scenografia dell’Anfiteatro Romano che oltre la balaustra in pietra si offre come anello di congiunzione tra passato e presente.

Il basamento su cui è edificato il Sedile di Lecce è una sorta di salotto in cui chiunque passa ha voglia di accomodarsi, lasciandosi confortare all’ombra dell’ulivo posto al centro, o baciare del sole, scambiando qualche parola tra amici o tra perfetti sconosciuti, o semplicemente guardando la gente che passa godendo della bolla quasi mistica che isola chi siede sui gradini della scalinata dal resto del mondo, immobilizzando il tempo, fermando gli affanni, ricordando il motivo per cui di Lecce ci si innamora senza riserve.

Il Sedile di Lecce, un po’ come la maggior parte dei monumenti del capoluogo salentino, ha vissuto varie vite, tutte affascinanti, a tratti drammatiche, che lo hanno portato ad essere ciò che oggi tutti possono ammirare.

Il primo Sedile di Lecce fu demolito nel 1588 per poi essere ricostruito nel 1592, lo scopo dell’edificio era originariamente quello di accogliere il sindaco e la sua giunta affinché potessero ascoltare i bisogni del popolo ed elaborare democratiche soluzioni.

Al piano superiore della struttura, un’ampia stanza custodiva le armi della città, che in caso di guerra di offesa o difesa, venivano distribuite ai cittadini.

Il Sedile fu adibito a sede dell’Università, della Regia Dogana, a deposito per le munizioni, fu sede del municipio e finanche sede della Guardia Nazionale, fu persino sede del museo civico.

Al suo fianco sorge la chiesetta di San Marco, piccolo gioiello architettonico che nel 1897 rischiò di essere demolita nel tentativo di dare risalto al Sedile.

Decisione bizzarra che già all’epoca dava dimostrazione di una mentalità che in alcuni casi tende alla noncuranza e interpreta l’antico nell’accezione di inutile ingombro piuttosto che preziosa testimonianza storica.

Fortunatamente anche i vecchi monumenti hanno i loro paladini e la graziosa chiesetta cinquecentesca, omaggio alla potente repubblica marinara di Venezia, nonostante un prospetto corroso degli agenti atmosferici e l’umile interno, trovò un degno difensore in Cosimo De Giorgi che sollevò quello che oggi definiremmo un polverone mediatico, finché non riuscì nel suo intento e la chiesetta di San Marco rimase al suo posto con buona pace dei suoi detrattori e nel 1899 fu restaurata.

In ogni caso, il vero problema del Sedile di Lecce, a quanto pare era la sua aria dimessa, umile, poco pomposa, che proprio non lo faceva spiccare come ad una sede prestigiosa di conviene, era un alunno da 6 in una classe di alunni da 10.

Eppure la struttura del Sedile rispettava i canoni estetici apprezzati nel 1600: vi si accedeva da una scalinata ove era posizionare una balaustra in ferro, al suo interno custodiva un monumentale orologio la cui campana era sorretta da due statue in pietra leccese, la continuità visiva tra esterno ed interno era garantita dalle decorazioni scultoree della volta, le eleganti chiavi degli archi ogivali e le decorazioni proseguono fino alla chiave di volta apre un dialogo con quelle delle cappelle laterali di Santa Croce, che sono uguali.

Sulla volta sono affrescate le figure allegoriche del Dazio, Frode, Onore, Virtù, un ciclo pittorico rende onore alla santa protettrice della città, Sant’Irene e un monaco teatino con un’aureola.

Le figura del monaco è una singolare presenza che testimonia l’interesse per la costruzione della chiesa di Sant’Irene ad opera della congregazione dei teatini.

I muri della sala interna sono decorati con affreschi sulla vita di Carlo V, sulla parete di fondo spicca un camino e due accessi secondari, mentre sul muro laterale, un’epigrafe del 1744 inviata da Carlo di Borbone, re di Spagna, che ringrazio la città per le due caraffe con olio Benedetto di Sant’Oronzo gli erano state donate.

I quattro pilastri angolari così come si vedono oggi non sono nati con il Sedile, ma sono frutto di un intervento del 1937 che abbatté le stanze retrostanti e aprì così una visuale prospettica sui pilastri.

Chiusa sul lato che ospita la chiesetta di San Marco, la struttura del Sedile si apre verso l’Anfiteatro Romano grazie a monumentali archi ogivali chiusi da vetrate, mentre sulla parte superiore è possibile ammirare una loggia con tre archi.

Si arriva quindi ai giorni nostri, il Sedile sembra aver raggiunto il suo massimo splendore è aver trovato pace, magari con qualche aiutino dall’esterno, come ad esempio il raffinato gioco di luci che ne esalta forme e gli conferisce un’aurea a tratti evanescente.

In ogni caso, che sia giorno o sera, che il sole cada a picco sul basolato o che il tramonto renda ogni forma più morbida, il consiglio più saggio che si possa dare a chi arriva in piazza Sant’Oronzo è quello di andare verso il Sedile e osservare una città che si mostra in tutto il suo splendore, tra certezze ed eterne contraddizioni.

Claudia Forcignanò