Foto Toti Bello

L’estate salentina è ormai conosciuta in tutto il mondo, la raccontano le foto e i post sui social network, ma solo chi il Salento lo vive o lo ha vissuto tanto da farselo scorrere nelle vene, può capire cosa significhi respirarne la brezza spalancando la mente alla bellezza che resiste a tutto e si rinnova fiorendo anche in inverno.

Come Santa Cesarea Terme, che sfida il tempo e le intemperie restando tenacemente abbarbicata sulla sua scogliera da cui silenziosa e poetica osserva uno spicchio di terra così vicino all’idea di Paradiso.

La via migliore per raggiungere Santa Cesarea Terme è la litoranea a partire da Otranto perché il paesaggio immerso nel verde e nell’azzurro preparare lo sguardo curva dopo curva e predispone lo spirito a beneficiare della surreale pace di questa colorata località.

Perché Santa Cesarea Terme diventasse la meta turistica che è oggi, sono stati necessari secoli e lunghi lavori per la creazione di una strada che la

collegasse ai comuni limitrofi e un lungimirante lavoro di promozione e tutela dei benefici delle acque termali di cui è generosa dispensatrice sin dal II secolo a.C.

Sono infatti ben quattro le grotte da cui sgorgano le acque sulfuree: la Gattulla, la Solfatara, la Solfurea e la Fetida.

Alcune grotte sono raggiungibili a nuoto, ma per i più prudenti, è possibile trascorrere piacevoli giornate nelle piscine o prenotare soggiorni nei vari stabilimenti.

Come per tutto, la presenza delle grotte sulfuree, nel corso dei secoli è stata spiegata ricorrendo al mito e alla religione: potrebbero essere frutto del disfacimento dei corpi dei giganti Leuterni uccisi da Eracle, oppure, dando per buona la versione cristiana, potrebbero trovare la loro origine in una triste storia che ha come protagonista proprio Cesarea (o Cisaria), coraggiosa eroina che per sfuggire alle incestuose e vili voglie paterne, fuggì nascondendosi in una grotta, dove le fiamme avvolsero il padre prima di essere inghiottito dalle maree, salvando la fanciulla.

Una statua di Santa Cesarea Vergine è conservata nella chiesa madre del Sacro Cuore, edificata nel XIV secolo nel luogo in cui morì la Santa.

La chiesa nel 1924 venne affidata ai Frati Minori. e l’edificio che oggi si vede risale a quegli anni, ha pianta a tre navate con presbiterio che accoglie l’altare maggiore e la statua del Sacro Cuore di Gesù.

Il monumento più famoso di Santa Cesarea Terme è senza dubbio Villa Sticchi, esempio pregevole dello stile moresco, edificato tra il 1894 e il 1900 per volere di Giovanni Pasca, primo concessionario dello sfruttamento termale.

A dare vita a questo gioiello architettonico che sorge a strapiombo sul mare, fu l’ingegnere Pasquale Ruggieri, che ideò una struttura circondata su tre lati da un porticato con archi poggianti su colonne tortili.

I due piani della facciata sono collegati tra loro da una duplice rampa di scale.

I decori furono affidati alle maestranze locali che realizzarono preziosi intagli nella pietra leccese.

Delle originali pitture, restano oggi sbiadite tracce di bianco, azzurro e rosso.

Colpisce la maestosa cupola e donano accattivanti suggestioni gli ambienti interni.

Villa Raffaella invece, residenza estiva della baronessa Lubelli, risale alla seconda metà dell’Ottocento per opera dell’architetto e ingegnere milanese Emilio Corti.

Questo breve excursus termina con Palazzo Tamborino (Palazzo Miramare) risalente ai primi anni del XX secolo, edificato per il senatore Vincenzo Tamborino.

Anche Palazzo Tamborino si trova a picco sulla scogliera e nella sua storia, annovera una bizzarra destinazione d’uso: il Dottor Francesco della Gatta ne fede un casinò.

E così che tra tra storia e mare, Santa Cesarea Terme attraversa i secoli e le epoche rinnovandosi senza mai perdere il suo fascino profondo, come una nobildonna d’altri tempi, come una diva del cinema muto.