Masseria Tonda - Presicce

Esaminando la storia del Salento e attraversando il suo territorio, è possibile incontrare costruzioni campestri, dette ‘masserie’, un tempo del tutto abbandonate, oggi invece trasformate in tipici ristoranti o addirittura utilizzate, dopo un’adeguata ristrutturazione, per agriturismo.

L’origine di queste antiche strutture e del loro nome risale a quando questi insediamenti rurali, sorti nel Medioevo, erano abitati da nuclei familiari di agricoltori che dedicavano tutta la loro vita alla coltivazione di prodotti necessari al loro sostentamento. I contadini che vi abitavano erano definiti “massari”, termine che deriva da ‘massa’ – cioè gente presente in grande quantità, dunque ‘volgo’ – base della società del tempo. La masseria, inoltre, è una visibile testimonianza del tipo di organizzazione economica e sociale del territorio tipicamente latifondista. Infatti, la masseria non era di proprietà del colono che vi dimorava e coltivava le terre circostanti, ma del latifondista che permetteva al contadino di soggiornarvi con la sua famiglia, godendo di parte del raccolto. I termini “colono”, “agricoltore” e “contadino” sono sinonimi, in quanto la loro etimologia rimanda sempre al mondo rurale. I massari si dedicavano prevalentemente alla coltivazione del grano, dei cereali, delle olive, oltre all’allevamento del bestiame e alla produzione di latte e formaggio.

Al contrario di quanto si crede, il toponimo ‘masseria’ non è utilizzato solo nel meridione per designare queste costruzioni, ma è adoperato anche nelle valli dell’Alto Adige, in riferimento a complesse strutture a corte chiusa, i cosiddetti ‘masi chiusi’. La struttura tipica comune ad ogni masseria presenta un cortile centrale, attorno al quale si distribuiscono diversi locali: l’abitazione del massaro, le stalle e i recinti per gli animali, le strutture destinate alla conservazione e alla lavorazione dei prodotti della terra e dell’allevamento.

Ma le masserie non erano solo questo. Dopo la caduta dell’impero bizantino, nel 1453, la penisola salentina divenne meta frequente di saccheggi e di incursioni piratesche. Nel corso del XVI secolo, per ovviare a tali attacchi, Carlo V d’Asburgo attuò un piano di difesa del territorio, che portò alla realizzazione di torri e di mura intorno alle masserie, che per questo vennero, successivamente, denominate ‘fortificate’. La torre aveva tre funzioni: la parte alta era abitata dal padrone che vi risiedeva per giorni o per mesi e permetteva, facilmente, gli avvistamenti; la parte bassa, invece, era utilizzata come luogo di lavoro per la trasformazione del latte in formaggio e altri prodotti caseari e per la molitura delle olive oppure come magazzino. Oltre alla torre, c’erano anche un pozzo, ‘pile’ – cioè recipienti, per lo più di pietra, che contengono acqua – per il bucato, abbeveratoi e granai per le conserve.

Dalla metà del XVII secolo, alcuni miglioramenti in ambito agricolo, in seguito all’introduzione di nuove tecniche e per la necessità di trarre maggiore profitto dalla terra, valorizzano ulteriormente l’ambiente rurale, determinando la nascita della masseria-villa, che si presenta come un luogo di villeggiatura per sfuggire alla calura estiva della città. Le masserie si arricchiscono, pertanto, di ricchi portali, di balconi e di belvedere, di giardini e di decorazioni a stucco e con affreschi, ornamenti che trasformano queste rurali e spartane strutture in piccoli gioielli di pregiata architettura.

Nel territorio della provincia di Lecce vi sono molti esempi di masserie. Un nome da ricordare legato alle masserie salentine è, senza dubbio, quello del famoso architetto militare Gian Giacomo dell’Acaya, che fu uno degli ideatori delle torri. Oggi le masserie salentine sono ricercate da acquirenti competenti e benestanti non solo italiani ma anche stranieri e costituiscono oggetto di elaborate trasformazioni architettoniche, mete di turisti e di escursionisti locali.

Gionata Quarta