Una volante sul luogo della tragedia

Di F.Oli.

Virginia Quaranta, la psicologa deceduta

LECCE – Non fu omicidio. La psicologa Virginia Quaranta morì per cause naturali la notte del 18 giugno del 2016 nell’elegante appartamento di viale Rossini in cui la 32enne, originaria di Diso, viveva da tempo. Probabilmente, però, poteva quanto meno essere soccorsa. Perchè non era da sola quella notte Virginia. Al suo fianco dormiva un suo amico. P.R.M., un collega di 54 anni, residente in un comune del basso Salento, inizialmente indagato con l’accusa di omicidio. Il reato, però, è stato riqualificato in omissione di soccorso aggravato dai motivi abietti così come riportato nell’avviso di conclusione a firma del sostituto procuratore Francesca Miglietta.

Secondo quanto contestato l’uomo non avrebbe allertato i soccorsi non appena intuì che Virginia non respirava più temendo che i sospetti potessero cadere su di sè tanto che il corpo della psicologa venne ritrovato cadavere solo a distanza di ore. L’inchiesta è così giunta al capolinea dopo due anni di indagini e altrettante proroghe, una consulenza sui telefoni e pc della psicologa e dell’indagato (eseguita dall’ingegnere informatico Claudio Leone che ha escluso attriti, tensioni o dissapori tra i due) e l’ascolto di decine e decine di persone informate dei fatti. Sul tavolo del magistrato, poi, sono finiti gli esiti della consulenza eseguita dal medico legale Alberto Tortorella che avrebbe accertato come la psicologa sarebbe deceduta per un’aritmia maligna secondaria tra le 2.30 e le 5.30 della notte.

Sul corpo della psicologa, poi, nessun segno di violenza. Per il pm, però, “l’indagato pur resosi conto del malore che aveva colto la Quaranta ometteva di prestarle soccorso, in particolare, ometteva di chiamare i servizi sanitari del pronto soccorso che, con ogni probabilità, avrebbero potuto salvare la vita della donna”. “Prendiamo atto della decisione del pm” dichiara l’avvocato Francesca Conte, legale dell’indagato, “anche se ritengo che gli esiti dell’esame autoptico smentiscano questa ipotesi di reato che respingiamo con forza dimostrando l’innocenza nelle sedi opportune. La povera Virginia è morta nel sonno e nulla si sarebbe potuto fare per salvarle la vita”.

Quel giorno (era un sabato afoso) la psicologa avrebbe dovuto partecipare ad un convegno dove non arrivò mai. In viale Rossini, dopo telefonate a vuoto dei suoi colleghi, arrivarono un’ambulanza e gli agenti di polizia. Sanitari e agenti trovarono il corpo della donna ormai cadavere. Il disordine trovato in casa della psicologa insinuò più di qualche dubbio negli investigatori. Nella stanza da letto vennero trovati scatoli di medicinali e referti medici di visite specialistiche buttati alla rinfusa come se in camera la donna avesse potuto litigare con qualcuno. I sospetti su P.R.M. vennero alimentati nei giorni successivi quando gli agenti della Squadra mobile (che hanno condotto le indagini) scoprirono che la psicologa quella notte non era sola in casa: il collega aveva dormito con lei. Sentito a sommarie informazioni dagli investigatori, l’uomo raccontò di essersi accorto della morte di Virginia solo la mattina seguente. Allontanandosi senza allertare i soccorsi.

Le dichiarazioni rilasciate agli investigatori si rivelarono da subito scomode. Molto scomode. Tanto che l’uomo finì nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario. Sono così scattate una serie di indagini, ascolti e consulenze che, dopo due anni, hanno convinto gli inquirenti a ritenere che la morte della psicologa sia stata una tragica fatalità e a riqualificare il reato a carico dell’indagato. In tutti questi anni i genitori di Virginia hanno atteso in sordina l’evolversi delle indagini vivendo nel massimo riserbo il dolore e il ricordo della figlia lontano da telecamere e taccuini.

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