di Manuela Marzo

Fra Domenico Pulimeno, guardiano del convento di Santa Caterina in Galatina, racconta ai lettori del Corriere Salentino, Francesco d’Assisi, un nome che racchiude una storia, il novellus pazzus, che affascina ancora il mondo «non è un messaggio annacquato, accomodante; è dirompente, è rivoluzionario, tale da colpire l’immaginazione e mettere in crisi la coscienza. Il messaggio di Francesco è l’eco di quello evangelico. Il Vangelo è ancora attuale, ha la forza di comunicare? Certamente. Idem si può dire del messaggio di Francesco!».

Francesco d’Assisi, un nome che racchiude e racconta una lunga storia

Francesco è un nome che racconta la storia di un uomo autentico, vero. La storia di un esodo, di un cammino attraverso cui si libera dalle secche della mediocrità per entrare nel giardino profumato della santità. Una storia lunga (non cronologicamente: muore a 44 anni) che racconta tutto il lavoro ascetico di chi ha con sé quasi un blocco di marmo: prima lo sbozza e poi con molta arte lo cesella. Francesco è un capolavoro che ha richiesto tempo, passione, lavoro diuturno di chi non è mai contento di se stesso. Alla fine ci presenta di sé un capolavoro curato nei minimi particolari, un capolavoro di uomo che solo il divino artista poteva plasmare.

C’è da esclamare con Dante:

            Oh ignota ricchezza, oh ben ferace!

            Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro,

            dietro a lo sposo, sì la sposa piace (Paradiso XI,82).

Tanti, tanti sono gli ammiratori contemporanei e futuri!

 

Chi era Francesco per il suo tempo? Chi è Francesco per l’uomo del nostro tempo?

Francesco era per i suoi contemporanei quell’uomo che l’antico filosofo bizzarro (ma fino ad un certo punto!) in pieno mezzogiorno con il sole dardeggiante, in una piazza gremita, con una fioca lanterna andava scovando ogni angolo dell’agorà ripetendo: “Cerco l’uomo”. Francesco è apparso l’uomo che è in ciascuno di noi e che abbiamo quasi paura di partorire. Lui è stato il capolavoro che tutti vorrebbero realizzare e che hanno potuto ammirare in un uomo che si definiva “idiota”, cioè senza grande cultura. Compresero subito chi era Francesco e gli andarono dietro a migliaia. Nel 1221, ad appena 16 anni dalla sua conversione, in una delle assemblee plenarie dell’Ordine (Capitolo delle stuoie) ad Assisi convennero 5.000 Frati!

            Per l’uomo del nostro tempo può valere quanto il filosofo Ernesto Renan (1823-1892) dice nei suoi Nouvelles études d’histoire réligieuse: “Egli è l’uomo della coscienza più limpida, dell’ingenuità più assoluta… Il suo occhio chiaro e profondo come quello di un bambino, ha visto gli ultimi segreti… Egli non disdegna cosa alcuna; non sente ripugnanza per nulla, ama tutto, ha una gioia e una lacrima per tutti; un fiore lo manda in estasi; nella natura non vede che fratelli e sorelle”. In una parola è il nuovo Adamo che risorge con tutto il candore originale, capolavoro irripetibile di Dio.

 

Perchè era considerato un “pazzo”? Lui stesso si è definito folle.

Dio volle che io fossi un “novellus pazzus”, così si definisce Francesco. E’ un sognatore: nel suo sogno, vede il negozio di suo padre mutarsi in un palazzo le cui sale risplendono per i riverberi luminosi di ogni sorta di armi appese ai muri; ed egli si sente dire: “Tutte queste armi sono per te e i tuoi cavalieri”. Francesco ha vent’anni e sogna di diventare cavaliere. Per questo bisogna battersi, fare la guerra. Sebbene non ci tenga, Francesco si batterà. Dopo una lunga malattia, dopo una riflessione al chiaror delle stelle, questo mondo rutilante si frantuma come crostaceo rinsecchito. Addio alle armi, addio ai sogni di gloria.  D’ora innanzi gli basterà una tonaca rattoppata. Per cibo un pezzo di pane raffermo e una brodaglia nauseabonda. E’ un pazzo! dice il padre. E’ pazzo dice la gente, e giù una gragnuola di sassi. Questa è la sua vocazione: essere un pazzo, cioè un uomo fuori da ogni schema, fuori dalle categorie entro le quali la società cerca di incasellarci.

 

Francesco d’Assisi potrebbe essere definito un “uomo moderno”?

Lasciamo agli specialisti l’onore di darci la definizione di “uomo moderno”. Però il buon senso ci aiuta a cogliere due qualità da cui non si può prescindere per una corretta definizione. Francesco custodì sempre il sublime impegno di conservare la sua originalità e non lasciarsi ipotecare da nulla e da nessuno. “Massima preoccupazione era di rimanere libero dalle cose del mondo”, come sottolinea il suo primo biografo. Era esente da qualsiasi contaminazione spirituale e materiale in modo da mantenere la serenità dello spirito e la capacità di essere sempre se stesso.

            Moderno perché uomo libero. Libertà, così come è intesa da Francesco significa perfezione, originalità, personalità. Egli canta e celebra la libertà perché canta e celebra la vita e l’esistenza, perché si sente liberato e salvato, perché si sperimenta pienamente libero.

 

Qual è l’essenza del suo messaggio? A chi è rivolto?

Il messaggio di Francesco è enunciato da lui stesso pochi mesi prima di morire nel suo Testamento: “Essendo io nei peccati, mi sembrava troppo amara la vista dei lebbrosi. Ma il Signore stesso mi portò in mezzo ad essi e usai con essi misericordia. E ciò che mi sembrava amaro, mi si trasformò in dolcezza di anima e di corpo”. Essendo io nei peccati (= essendoci disordine nel mio interno), c’era un rapporto disturbato anche con gli altri (= mi sembrava troppo amara…). Ma una volta che c’è stata l’irruzione di Dio (= ma il Signore stesso…) ho dimostrato tenerezza verso gli altri. In sintesi l’irruzione di Dio porta un cambiamento: il peccaminoso diventa grazioso, l’amaro diventa dolce, il caotico diventa cosmico (ordinato). Umanizzandosi, l’uomo creerà una storia più umana.

 

Nella frenesia dell’uomo contemporaneo, il messaggio di Francesco d’Assisi ha forza comunicativa?

Senza alcun dubbio, perché quello di Francesco non è un messaggio annacquato, accomodante; è dirompente, è rivoluzionario, tale da colpire l’immaginazione e mettere in crisi la coscienza. Il messaggio di Francesco è l’eco di quello evangelico. Il Vangelo è ancora attuale, ha la forza di comunicare? Certamente. Idem si può dire del messaggio di Francesco.

 

Francesco d’Assisi era un comunicatore?

L’oratoria di Francesco non ha i connotati di quella di Antonio di Padova, altisonante, ricca di paragoni che attingono alla vita reale, supportata da una cultura acquisita attraverso anni di studio e di meditazione. Francesco usa uno stile piano, semplice, quasi affabulatorio, ma il suo linguaggio è penetrante, incisivo perché paradossale, efficace perché supportato dalla testimonianza di vita che non fa una grinza. Un solo esempio: “Nessun frate al mondo che, dopo aver peccato quanto più poteva peccare, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne vada via perdonato, se ha domandato perdono. E se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato”. Parole che sembrano andare oltre il Vangelo! Con grande utilità si può leggere il Cap. VIII dei Fioretti sulla “perfetta letizia”.

 

Cosa l’ha colpita così tanto di un uomo “ignorans et idiota”, come lui stesso si è definito?

Perché è un uomo vero, tutto d’un pezzo, la cui vita “nuova” non presenta incrinature, varchi di fuga, ripensamenti né pentimenti di sorta. E’ l’uomo che ha optato risolutamente per un mondo in cui l’unità deve finalmente prevalere sulla lacerazione e sulla divisione; che non ha voluto porsi ad di sopra degli altri e trattarli come oggetti. Questa fraternità universale è una conquista di tutti i giorni. L’uomo che vive questa esperienza non ha più nulla da temere; perfino la morte non gli fa paura: anch’essa gli appare con un volto fraterno.

 

Lei da francescano, cosa vorrebbe dire al mondo di oggi, spesso “senza un riferimento autentico”?

Oggi parliamo tanto di Villaggio globale, Comunità europea: però il più delle volte sono realtà simili a gusci vuoti, “nomina” e non “res”. Francesco con il suo spiccato senso della fraternità, senza mai sciorinare programmi ambiziosi, con la concezione del potere come servizio, riesce ad aggregare attorno a sé migliaia di Frati e riesce a farli convivere da veri fratelli. Per una società vera, fraterna, l’esempio e la vita di Francesco può essere illuminante.  A noi Frati Francesco dice: “La vita e la Regola dei Frati minori è questa: osservare il Vangelo”. Per una società vera e nuova il ritorno al Vangelo è proprio un anacronismo?

 

Un saluto e un messaggio ai lettori del Corriere Salentino

Ai lettori del Corriere Salentino consegno una constatazione di Martin Lutero: “Una sola cosa è vera, alla fine: siamo tutti dei mendicanti”. Mendicanti di verità, di giustizia, di sobrietà, di essenzialità, di fratellanza. Auguri! Fra Domenico Pulimeno