di Manuela Marzo

 Intervista a Giovanni Colitta, di Seclì, diocesi di Nardò-Gallipoli, seminarista al quarto anno a Molfetta. La missione LookUp ha coinvolto città, famiglie, scuole. È un invito a guardare in alto e a guardarsi dentro per riscoprire nuovi orizzonti e la bellezza di un cammino con Dio. I seminaristi hanno condiviso le ansie e i dubbi dei ragazzi, hanno sempre ottenuto una risposta e mai il silenzio di indifferenza. Dio è esperienza reale, la fede ha bisogno di incontri e di relazioni e non di interfacce e profili. Scopriamo la bellezza e il significato di questa missione in compagnia di Giovanni e dei suoi compagni di viaggio.

 LookUp, missioni giovani, di cosa si tratta?

È un progetto voluto dal Seminario Regionale di Molfetta insieme ai Vescovi di Puglia e vede protagonisti i seminaristi che si formano per diventare preti. La missione giovani ogni anno coinvolge una diocesi pugliese e attraversa tutte le Comunità parrocchiali per portare testimonianza di fede e di vita gioiosa che scaturisce da un cammino alla sequela di Gesù. Dal 28 settembre al 8 ottobre scorso la missione ha interessato la Diocesi di Nardò-Gallipoli coinvolgendo città, scuole, famiglie secondo un programma ben elaborato ma anche con la gioia e la freschezza che i giovani sanno dare.

Perché LookUp?

Look Up è il titolo della missione che tradotto significa ‘guardare in alto’. È l’invito che il missionario fa ad ogni persona che incontra affinché possa aprire il cuore alla ricerca, all’ascolto. Uno sguardo verso il Cielo per scrutare orizzonti nuovi e una vita di bellezza che nasce dal dialogo con Dio, il quale comunica risposte fondamentali all’ esistenza umana.

Anche voi siete giovani. Qual è il vostro percorso?

Il nostro percorso di giovani in cammino, nasce prima di tutto da una domanda di senso: chi sono? Cosa cerco? Cosa mi rende felice? È la stessa domanda che Gesù pone ai discepoli nel brano del Vangelo di Giovanni, icona di riferimento per la missione. “Che cosa cercate?” che per noi giovani in ricerca è un invito a guardarsi dentro per accogliere quel desiderio di cose grandi, ascoltare questi moti di infinito nel cuore, per dare risposta al desiderio di felicità. È questo che viviamo in seminario dove la formazione umana, spirituale, culturale e  comunitaria ci permette di verificare seriamente  cosa significhi una vita secondo lo ‘stile’ di Gesù.

 L’obiettivo o scopo della vostra missione.

La nostra missione ha avuto lo scopo di incontrare i giovani, ascoltarli, condividere le loro ansie e dubbi sul futuro provando a mostrare la bellezza e la gioia di un cammino in compagnia di Dio. Un percorso che mira alla piena realizzazione del progetto che ogni uomo ha in sé e che corrisponde al desiderio di bene che Dio stesso ha per ognuno.

 

Spesso i ragazzi di oggi sono disorientati e senza punti di riferimento. Come è possibile un loro coinvolgimento in percorsi specifici come il vostro?

Innanzi tutto facendo capire, che il fatto che sia un percorso specifico, non vuol dire che è una formazione  per ‘specialisti del sacro’ anzi è un percorso umano, ampio, non settario, che ti porta a crescere nella tua dimensione relazionale, culturale, sociale, umana… globale. Far capire ai giovani questo, è già un modo per avvicinarsi e fargli comprendere  che la via che noi seminaristi scegliamo non  è una via che ci allontana da loro, anzi è una strada  che se percorsa con lo spirito giusto ci avvicina ancora di più. Il coinvolgimento è possibile in tutti gli ambiti solo condividendo le esperienze. Il racconto di sé è il terreno del dialogo e del coinvolgimento. Bisogna creare pertanto dei luoghi, dei tempi e degli spazi d’ incontro, come è stata per esempio la missione giovani. Inventarsi, costruirsi delle possibilità nuove per dialogare, per rendersi conto che tutti hanno una storia da raccontare e un desiderio buono e bello da realizzare.

 

 

Avete portato la vostra esperienza nelle scuole del Salento. Cosa ne pensate dei giovani di oggi, alcuni forse vostri coetani?

Non è bene parlare di giovani di oggi perché le generalizzazioni sono sempre semplificazioni. I giovani hanno una caratteristica che attraversa tutti i tempi ed è l’apertura alla novità. Tutti, anche noi, i giovani, lo siamo. Bisogna ingegnarsi nei linguaggi che permettono di trasmettere la novità. Cambiano le tecniche, i modi ma non cambia la sostanza.

 

Come hanno risposto al vostro appello?

Hanno risposto con la curiosità tipica della loro età. Con l’apertura a ciò che li sorprende. Hanno risposto con interesse, con l’ascolto. Lo hanno fatto anche con la sfida. Una  sfida provocatoria anche in senso positivo cioè quella che ti permette di dare ragione della speranza che ti porti nel cuore. Hanno risposto. Abbiamo trovato risposta di tutti i tipi. Non abbiamo mai trovato un silenzio di indifferenza.

 

Oggi viviamo in un ‘villaggio globale’ dove i social e la ‘piazza digitale’ hanno una forte influenza. Attraverso questi canali è possibile parlare di Dio?

È possibile ma non si può limitare il discorso su Dio ad un approccio social, virtuale perché Dio è esperienza reale. Può essere un terreno d’ incontro, di comunicazione importante ma che non si può esaurire lì. Può essere uno spazio di grande possibilità ma anche di grande sprone a superarlo, a trascenderlo perché la fede ha bisogno di esperienze concrete, di incontri reali. Non di interfacce, non di profili. Questi sono realtà bidimensionali. La fede ha bisogno delle persone. Ha bisogno di realtà tridimensionali, della vita vissuta.

 

Cosa vorreste comunicare a tutti quei genitori che vi leggeranno?

Innanzi tutto una grande gratitudine per il loro ruolo all’interno della trasmissione della fede, dell’umanità. Pensiamo ai nostri genitori, ma a tutti i genitori, la cui missione è la più difficile del mondo. Vorremmo spronarli a non tirare i remi in barca, ad osare con i propri figli. I giovani possono creare grandi cose, sono un terreno fertile su cui costruire edifici meravigliosi e accoglienti. I giovani vanno sostenuti e i genitori devono accompagnare i figli e prendersi cura della loro libertà. I figli non sono dei genitori, i figli sono dell’umanità e devono crescere come uomini che si aprono alle belle possibilità che il cammino nella storia può offrire.

 

E ai ragazzi che vi hanno incontrato e/o che vi conosceranno attraverso questa intervista?

Anche a loro va un grazie enorme perché ci hanno aperto i loro cuori, l’ascolto, il loro tempo e ci hanno dato l’opportunità di raccontare la nostra storia e lo hanno permesso anche nei modi più semplici. Gli vorremmo dire di non smettete di investire su questa semplicità, di non cercare cose complicate ma di amare la complessità della vita che non è complicazione ma è la bellezza di essere relazioni e di intessere relazioni.