Per noi che siamo la società del “tutto e subito”, è davvero difficile attendere, aspettare. Voglio una cosa? Me la prendo. Non devo più neanche andare in giro a cercarmi quella cosa, quel prodotto, lo scelgo su internet e me lo faccio giungere direttamente a casa.

Invece ora ci tocca aspettare oltre 20 giorni, e per arrivare a che cosa?

Ecco, credo che l’attesa sia forse la cosa che più ci compie come uomini. Cioè, quando noi non aspettiamo, in realtà ciò che lasciamo indietro è esattamente la nostra umanità. Perché la nostra umanità, ha bisogno del tempo per avere consapevolezza di sè, per capire, per arrivare fino in fondo nelle cose. Per questo, la mancanza di attesa è una mancanza di rispetto nei confronti del nostro essere umani. Quindi, recuperare l’attesa, significa recuperare una porzione di umanità che il mondo ci toglie, perché ci fa ripiegare solo sui nostri bisogni.

Don Tonino Bello diceva, che attendere è l’infinito del verbo amare! Allora, vivere la speranza, vivere l’amore, significa avere un orizzonte verso cui andare. Chi ha un’attesa, in realtà ha un orizzonte verso cui sta camminando. Mentre, la mancanza di attesa, ci porta ad avere una vita malata, cioè una vita che si ferma, una vita che non sa dove andare.

E non è forse questo il grande problema di questo nostro tempo?

Mentre fuori tutto si riveste di luci, di colori, di calore, c’è il rischio di perdere il contatto con la propria umanità che più di ogni altra “creatura” ha bisogno di luce, di colore e di calore. Tutto è buono, ma tutto dovrebbe ricordarci che c’è qualcosa che si deve preparare dentro di noi, che non si può esaurire semplicemente ad un addobbo, ad una tovaglia!

Si inizia sempre da una grande domanda: che cosa mi aspetto da questo momento della mia vita? Cioè, che cosa significa per me che Gesù deve venire in questo momento?

Gesù non è mai qualcosa di astratto, è sempre la risposta concreta alla mia vita concreta. Allora magari sono un padre, sono una madre, sono un giovane, sono un anziano, qual è il nome della mia attesa? Ecco, soltanto quando si dà un nome alla propria attesa, si capisce in che senso noi stiamo aspettando Gesù Cristo.

Il Vangelo di questa seconda domenica di avvento, ci ricorda la necessità di guardare nella stessa direzione di Dio, perché il Suo desiderio per noi è liberarci dalle situazioni di oppressione e di schiavitù. La voce di Giovanni Battista, ci ricorda che ciò che ci separa dall’essere felici, a volte è una strada incidentata, una strada piena di buche, di burroni o magari di dossi, di montagne, tutte cose che vanno di nuovo spianate, che vanno rimesse a posto, perché la separazione tra noi e ciò che ci rende felici, cioè Gesù Cristo, alla fine possa “accadere” davvero dentro la nostra vita.

L’invito che ci viene da questa seconda domenica di avvento è proprio quello di intercettare e dare nome a tutte quelle ferite, a tutte quelle resistenze che c’impediscono di camminare verso il compimento del desiderio di Dio per noi: l’essere felici!

Non c’è vera attesa, se questa attesa poi alla fine, non diventa qualcosa di concreto, un guarire profondo. Perché poi, in fin dei conti, la fede porta anzitutto, non tanto ad una interpretazione della realtà, quanto ad una guarigione dalla propria storia, una guarigione di ciò che si è in questo istante.

Dobbiamo tornare a guarire interiormente, dobbiamo tornare a mettere mano a tutto quello che ci separa da Lui, cioè dall’essere felici. Solo così, potremo intercettare fuori di noi quelle situazioni che attendono di essere riscattate. In questo, Francesco di Assisi, è per noi francescani l’emblema di colui che, guarito dalle ferite della sua umanità, riesce ad accorgersi di un mondo fuori di sé che attende il suo abbraccio di perdono, di misericordia, che altro non è che la restituzione di un dono e di una misericordia ricevuta. Buon cammino di avvento.

 

Fra Paolo Lomartire

Frate Minore