di Manuela Marzo

L’epifania, secondo un detto popolare, tutte le feste porta via. Con la domenica di oggi, difatti, si chiude il cerchio delle festività e delle vacanze natalizie. Calze ripiene di dolcetti consoleranno dalla ripresa della frenesia della quotidianità: la sveglia che squilla di prima mattina, la scuola, il lavoro e poi la spesa di corsa, gli impegni pomeridiani e finalmente a tarda sera ci si può, forse, appisolare un po’ sul divano. È come se l’epifania fosse un nostalgico evento di conclusione di un periodo, breve, di tranquillità.  O almeno, così, spesso e da molti, viene vissuta.

L’immagine della vecchietta che volando sulla scopa distribuisce dolcetti ai bimbi buoni e carboni a quelli cattivi, per fortuna, fa ancora volare con le ali della fantasia e palpitare i cuori dei più piccoli, nella trepidante attesa della consegna dei doni attraverso il camino, simbolo del collegamento tra il cielo e la terra. E per le case moderne, che ne sono prive, sicuramente la cara Befana troverà una soluzione. Un tocco al portone e poi velocemente svolazzerà via o si affaccerà furtivamente da una finestra a cavallo di un veloce aspirapolvere.  Di certo la Befana scioglie le briglie anche all’immaginazione di noi adulti e non più ingenui.

Eppure, a pensarci bene, il suo significato è un altro. Richiama, da sempre, altro. Nella liturgia cristiana è la festa in cui Dio, nel Bambino Gesù, si manifesta a tutti i popoli. Il termine “Epifania” deriva dal greco antico, epiphàneia. Significa ‘manifestazione’, ‘apparizione divina’, l’apparizione di Gesù bambino all’umanità rappresentata dalla visita dei tre Re Magi, la dodicesima notte dopo il Natale, nel cristianesimo occidentale. Nella spiegazione del significato dei tre doni di sant’Ireneo, la mirra, olio usato tradizionalmente per la sepoltura, allude alla passione, l’oro alla regalità e l’incenso alla divinità di Cristo.

È il Vangelo di Matteo a narrare l’episodio della visita dei Magi a Gesù Bambino. L’evangelista li descrive come uomini sapienti, esperti in astrologia, persone che sanno riconoscere i segni del cielo. Si direbbe che fossero molto ricchi, considerando il valore dei loro doni. Forse non erano tre. Non erano re.  Di fatto sul numero dei Magi non si sa nulla con certezza e nemmeno sulla loro provenienza, a cui si accenna con un generico «da Oriente».

Da Oriente giungono a Gerusalemme e chiedono “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. Il fatto ha un significato teologico: i Magi rappresentano simbolicamente gli stranieri e i pagani che riconoscono la venuta del vero Dio.

Sono, quindi, stranieri e non hanno nulla a che fare con la terra di Gesù. Eppure qui lo stupore! Lo riconoscono come re dei Giudei e gli rendono omaggio, adorandolo. Lo cercano con trepidazione dappertutto, nei palazzi noti, ma anche nei posti più umili, nascosti, nei quali nessuno sospetta che ci sia la presenza di Dio.

“Erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di ‘leggere’ negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini ‘in ricerca’ di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la ‘firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare”, afferma col suo raffinato stile Benedetto XVI.

Viene spontaneo chiedersi se tale simbologia sia rimasta inalterata nei nostri tempi, dinanzi ai tanti e, da cristiani, non condivisibili tentativi di svuotare il presepe e i suoi personaggi del loro significato simbolico. Un significato legato alla nostra fede, alla nostra tradizione cristiana. Nel rispetto della libertà religiosa di ognuno, anche la nostra identità cristiana deve essere tutelata e non strumentalizzata. I luoghi e i tempi delle lotte e dei dibattiti politici sono altri.

L’Epifania, pur nel mix di sacro e profano, nell’accostamento dei Magi sapienti con la vecchia befana dal naso prominente e la schiena ricurva, vestita di cenci, “che vien di notte con le scarpe tutte rotte”, richiama all’accoglienza di un dono.

Il dono del dolcetto per le azioni buone. Il dono del carbone per quelle cattive.

Il dono del Bambin Gesù, vero re della storia. Della nostra storia.