Intervista a don Attilio Mesagne, direttore della Caritas Diocesana di Lecce. Un appello ai credenti e ai non credenti: “lavorare insieme per il bene comune e la giustizia sociale”, per garantire ad ogni uomo un’esistenza dignitosa, superando distinzioni di ogni sorta. È giunta l’ora di abbandonare le comode e pigre abitudini e di testimoniare, con responsabilità, la propria fede: “Padre nostro che sei nei cieli…”, se uno è il Padre allora siamo tutti fratelli e sorelle! Questa la ‘rivoluzione’ del messaggio cristiano.

Qual è la situazione della povertà a Lecce?

Chi avanza e chi indietreggia, purtroppo è così! Né certamente è un problema che si può risolvere qui a Lecce. È un problema che richiede un intervento a livello nazionale, un piano di governo. 

In che senso?

Purtroppo non si lavora ancora per il bene comune, per la giustizia sociale, ma ci si affanna, incredibilmente, per il benessere. E tante volte il benessere sfrenato fa emergere un forte dislivello sociale tra ricchi e poveri.

Cosa fare, allora?

Bisogna lavorare insieme per il bene comune e la giustizia sociale in modo che tutti possiamo avere un’esistenza dignitosa. Per dirla così, c’è chi ha la pancia troppo piena tanto da rischiare di scoppiare e c’è chi ha la pancia troppo vuota da rischiare di crollare. Tutto ciò che abbiamo a livello di Caritas non basta, perché le povertà sono tante e diverse!

Cosa fare?

Non si può imporre niente a nessuno. Neanche Dio va imposto, proposto sì, ma non imposto! È necessario sentirsi però, comunque, fratelli e sorelle ed agire come tali, al di là della propria fede: solo così verrebbero meno le inimicizie, i rancori, le guerre fratricide. Ciò che abbiamo trovato non ci appartiene. Siamo tutti ospiti di questo ‘indefinito universo’. Filosoficamente e, soprattutto religiosamente parlando, infinito è soltanto Dio. Di conseguenza se nulla è di nostra proprietà, la condivisione con tutti è naturale.

Quindi, facendo un riferimento a dati, com’è la situazione a Lecce?

La situazione è allarmante, troppo allarmante. Posso dire che su una popolazione di 96mila abitanti uno su tre vive situazioni di povertà, per un totale di circa 36 mila persone a rischio. Un terzo degli abitanti della città di Lecce ha un livello di reddito basso, pari a circa 6 mila/ 7 mila euro l’anno con un guadagno mensile pari a circa 600 euro al di sotto, quindi, della soglia di povertà fissata dai dati Istat a 812 euro.

Ed ancora?

Ed ancora aggiungo che molti leccesi tirano avanti con un reddito pari a zero. E non sono pochi, parliamo di circa 9 mila persone. Interi nuclei familiari non avendo uno stipendio fanno riferimento alla misera pensione dei nonni oppure alle pensioni di invalidità che sfiorano appena i 300 euro al mese. Non a caso nelle nostre mense ci sono tanti pensionati. Si può precisare che fino a qualche anno fa gli italiani che usufruivano del servizio mensa della Caritas erano circa il 20% mentre l’80% era costituito da immigrati, oggi siamo quasi al 45%.

Quale fascia di età è la più colpita?

La fascia d’età che va dai 45 ai sessant’anni. È una fascia terribile, perché i disoccupati, in questa fascia d’età, hanno più difficoltà nel trovare lavoro. È una fascia a forte rischio. Perdere un posto di lavoro a cinquant’anni significa, spesso, non trovarlo più.

Lei spesso ha parlato di nuovi poveri. Chi sono?

Sì anche a Lecce esistono i nuovi poveri, ossia i separati costretti a lasciare, per sentenza del giudice, la casa coniugale, ritrovandosi senza un letto e senza un tetto. Possono essere sia professionisti in difficoltà o persone che non hanno un lavoro, sia uomini che donne. La povertà può colpire tutti, purtroppo.

E ancora chi ricordare?

Assolutamente è importante ricordare chi vive nella casa circondariale di Lecce. Da tre anni circa, grazie ad un protocollo d’intesa, abbiamo avuto la possibilità di offrire il nostro servizio di accoglienza, strutturato in quattro ambiti: ascolto, farmaceutico, indumenti e prodotti igienico-sanitari. Con una capacità di accoglienza pari a 500 posti, la casa circondariale ospita circa 1050 persone, circa 80 donne, i rimanenti uomini, dei quali il 25% immigrati. La struttura penitenziale offre all’ospite il letto e il cibo all’interno della cella. I detenuti a Lecce non pranzano mai insieme. Alla luce del protocollo d’intesa citato è stato ideato il cenone di Natale proprio per un momento di convivialità tra i detenuti. Si è partiti con l’arcivescovo D’Ambrosio e questi ultimi due anni con Seccia, cercando di sovvenire anche a questo tipo di necessità.

Come intervenire dinanzi a questi dati?

Lavorando tutti insieme, istituzioni, parrocchie, associazioni, credenti e non credenti. Mi esprimo così perché in ognuno di noi c’è l’angoletto di egoismo e l’angoletto della religiosità che apre all’altro. Non si può fare mai del proprio io il proprio Dio! È bene che ogni uomo si senta in bilico senza vivere di false certezze, desiderando la relazione autentica con l’altro, in un clima di collaborazione. Mi ripeto, dobbiamo lavorare tutti insieme non per il benessere, ma per il bene comune.

E precisamente, la Caritas diocesana come interviene?

La Caritas diocesana, istituita del vescovo mons. Francesco Minerva il 28 gennaio del 1975, è la testimonianza continua, nel tempo, della carità della comunità ecclesiale. Ci tengo a precisare che la carità non va confusa con l’elemosina, come spesso avviene. La Caritas Diocesana è lo strumento per la promozione ed il coordinamento delle tante iniziative caritative assistenziali principalmente attraverso le comunità parrocchiali.

Quali servizi offre?

Mense, accoglienza notturna, prodotti alimentari, diversi sono i servizi offerti, distribuiti in 12 strutture. Il Centro di ascolto diocesano, che offre sostegno morale e materiale, assistenza pastorale e orientamento al lavoro; l’Associazione volontari Caritas di Lecce Onlus, sito web: www.caritaslecce.it/associazione; l’Emporio della Solidarietà – 2° Polo per la distribuzione di prodotti alimentari; Prestito della Speranza, un’iniziativa a favore delle persone bisognose, promossa dalla CEI per l’erogazione di finanziamenti a tasso agevolato; il Centro ascolto antiusura; la Fondazione Casa della Carità di Lecce offre servizio di accoglienza notturna per uomini, mensa, docce, consulenza medica e legale; il Servizio Gerico c/o la Parrocchia “San Massimiliano Kolbe” si rivolge a persone indigenti senza fissa dimora, assicurando una “Dimissione ospedaliera protetta” a coloro in condizioni di non autosufficienza nel periodo di convalescenza; la Casa “San Vincenzo De’Paoli” offre accoglienza notturna per uomini; la Casa di accoglienza “S.Caterina Laboure” – Ospedale ‘Vito Fazzi’ è una foresteria che offre accoglienza ai parenti dei degenti che risiedono fuori zona e a pazienti, italiani e stranieri, indigenti in cura presso il nosocomio garantendo vitto e alloggio; la Bimbulanza, servizio gratuito, offerto dall’Associazione Cuore e Mani Aperte, l’Ufficio diocesano Migrantes offre assistenza religiosa ai migranti, italiani e stranieri, promuovendo opere di accoglienza fraterna, in un clima di convivenza pacifica; il Gruppo di Volontariato Vicenziano c/o Suore Vicenziane, centro di ascolto e sostegno morale e materiale. Inoltre sono attive 12 mense, sono offerti servizi di assistenza sanitaria, psicologica e sociale, di consulenza legale come Centro di ascolto diocesano e Avvocato di strada, servizi per la formazione allo studio e la promozione del lavoro. Basta consultare il website: http://www.caritaslecce.it per avere informazioni più dettagliate e complete.

Come concludere?

Bisognerebbe non fare distinzioni tra italiani e immigrati, spesso siamo accusati di ‘razzismo al rovescio’. Io da tempo non faccio più distinzioni, ma guardo l’uomo e soltanto l’uomo e tutti gli uomini. Mi fa rabbia parlare di immigrato o di straniero. Una è la specie umana e per chi crede una la famiglia, la famiglia di Dio.Nell’Antico Testamento nel Salmo 23 si trova scritto: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti”. In queste poche parole sono affermati dei diritti fondamentali: la libera circolazione delle idee e la libera circolazione delle persone, perché tutto ciò che appartiene a Dio appartiene a tutto l’uomo e a tutti gli uomini.

Quale messaggio finale?

“Padre nostro che sei nei cieli”, se uno è il Padre, tutti siamo fratelli e sorelle, senza distinzione alcuna. L’uomo e tutto l’uomo, sempre!

 

Manuela Marzo