di Manuela Marzo

Quale il significato della vita consacrata oggi? Quale ruolo in una società pluralista, multietnica, multiculturale, liquida, come la nostra? Queste e tante altre le domande attraversano la mente quando ci si interroga  sulla vita consacrata. A volte per semplice curiosità. Altre volte per un desiderio sincero di comprendere scelte, spesso, così distanti dalle nostre, scelte, per una frettolosa logica umana, definite contro corrente se non superate o fuori moda.

Le risposte? Io non ne ho.

Probabilmente è una sola: la  testimonianza di una vita donata per amore, il ‘vero e grande Amore’.  Questo il messaggio che ha attraversato ieri il salone dell’episcopio di Lecce, animato dalla presenza significativa di consacrati e consacrate: 48 religiosi presenti nelle 12 comunità e 240 religiose distribuite in 32nelle comunità femminili. Non numeri, ma persone con carismi diversi, che accolgono la chiamata non per ‘ripiego’ ma perché dono autentico che diviene  “un dono gioioso per la vita diocesana”, ha precisato l’arcivescovo Michele Seccia. Ed ancora la vita consacrata è tempo di Dio, è il tempo di un incontro quotidiano, costante, in cui il Signore è il centro della vita,  il cuore che dà il battito ad ogni cosa.

«La vita consacrata è sguardo che vede Dio presente nel mondo, anche se tanti non se ne accorgono; è voce che dice:‘Dio basta, il resto passa’» afferma papa Francesco nell’omelia della Messa celebrata nella basilica vaticana.

È «visione profetica che rivela quello che conta» e «quand’è così fiorisce e diventa richiamo per tutti contro la mediocrità: contro i cali di quota nella vita spirituale, contro la tentazione di giocare al ribasso con Dio, contro l’adattamento a una vita comoda e mondana, contro il lamento, l’insoddisfazione. La vita consacrata non è sopravvivenza, è vita nuova» sottolinea ripetutamente il pontefice.

Le scale dell’episcopio leccese, illuminate dalle lampade accese dei consacrati e delle consacrate, accompagnano la processione verso il Duomo, al canto delle litanie dei Santi. L’arcivescovo Michele Seccia benedice le candele e poi la processione raggiunge l’altare per la celebrazione eucaristica, durante la quale verranno rinnovati i voti di professione religiosa.  Castità, povertà, obbedienza: non forzature o un dovere, ma scelte libere e liberanti, segno di una donazione totalizzante a Dio Padre, ponendosi al servizio dell’umanità tutta.

Se spesso nelle nostre superficiali chiacchierate la vita consacrata è percepita come uno spreco di tempo e di ‘persone’,  perché ben altre sarebbero le urgenze da risolvere; se, sbirciando senza osservare seriamente, la scelta di un’esistenza modellata sui voti religiosi è sovente vista  come una fuga dal mondo, perché è più facile ‘chiudersi’ che restare nel mondo; se, infine, la vita di comunità è dalle cronache o da penne ciniche,  a volte,  raccontata come un luogo in cui trovano spazio gli istinti dell’uomo, perché è impossibile, secondo una logica che non va oltre,  dominare le pulsioni e vivere in fraternità, allora non ci resta che conoscerli, frequentarli, toccare con le nostre mani la loro carità, la loro dedizione all’altro, al bambino, al povero, all’anziano, all’ammalato, al sofferente. La loro vicinanza ai giovani, la capacità di entrare in dialogo con tutti, l’accoglienza disinteressata, il calore di un abbraccio sincero.

È spiazzante! Sì, lo so! Le nostre false certezze,  i rigidi ragionamenti sono spazzati via come da un colpo di vento fortissimo. Ci resta lo stupore di sentirci amati, nelle nostre fragilità, nella nostra piccolezza, di sentirci avvolti dal calore di un Amore senza tempo e senza ‘tempi’, senza se e senza ma, che non chiede documenti d’identità o lettere di presentazione. Un Amore che passa attraverso lo sguardo di un fratello e di una sorella, attraverso il loro sorriso, la loro mano tesa ad aiutare chi ne ha bisogno. Solo per Amore. L’unico vero Amore!