di Claudio Tadicini

TRICASE (Lecce) – Ha ammesso le violenze sulla nipote poi uccisa in riva al lago da un amico, ma non potrà essere processato. La perizia cui è stato sottoposto, infatti, ha evidenziato come il “nonno orco” non sia in grado di stare in giudizio a causa delle sue condizioni di salute in via di peggioramento e, pertanto, anche il pubblico ministero si è dovuto “arrendere”, chiedendo per lui il non luogo a procedere nonostante l’uomo abbia confessato gli abusi in due missive indirizzate alla ex moglie.

Nessun colpevole, dunque, per le violenze sessuali subite dalla giovane Samantha Morciano, nata da padre genovese e madre tricasina, uccisa nel novembre di due anni fa da un amico d’infanzia sulle rive del lago di Neuchâtel (nella foto), in Svizzera.

Sul banco degli imputati davanti al gup del Tribunale di Lecce Michele Toriello – con l’accusa di violenza sessuale aggravata e continuata – nelle scorse settimane era finito il nonno 88enne della giovane, D.M. le sue iniziali, residente a Tricase.

L’uomo era accusato di avere abusato sessualmente della nipotina sin da quando quest’ultima aveva appena sette anni: nel Salento, dove la giovane era solita trascorrere da piccola le vacanze estive e in Svizzera, dove Samantha viveva con la famiglia prima di essere legata, colpita ed uccisa con un oggetto contundente alla testa. Scomparsa il 22 novembre 2017, la ragazza fu ritrovata cadavere il 17 gennaio successivo in una zona paludosa del piccolo comune di Cheyres-Châbles, nel Canton Friburgo.

Gli abusi sessuali di cui era accusato l’ottantottenne si sarebbero consumati tra il 2005 e l’agosto 2009, quando Samantha era solo una bambina. E non soltanto tramite palpeggiamenti delle parti intime o simulando l’atto della penetrazione con i movimenti del corpo. Ma anche – come sarebbe avvenuto in tre occasioni, approfittando dell’assenza della nonna materna – tramite rapporti sessuali completi, cui l’anziano avrebbe costretto la nipotina dopo averle bloccato le mani per impedirle di sottrarsi agli abusi o dietro le minacce di uccidere la nonna o, ancora, di non farle rivedere più la madre. Palpeggiamenti e violenze che lo stesso D.M. ammise in due lettere inviate alla ex moglie (prima ignorate e poi recentemente acquisite dai magistrati italiani), nelle quali giustificava il suo abuso affermando “perché non lo dovevano fare altri”.

La querela a carico di D.M. fu presentata nel 2013, quando la giovanissima vittima trovò il coraggio e la forza di rivelare le “attenzioni” che le riservava il nonno.

Rimasta tuttavia dormiente in Procura per anni, è sfociata in una richiesta di rinvio a giudizio soltanto dopo oltre un lustro, peraltro a distanza di più di un anno dal ritrovamento del cadavere della 19enne. Svanendo infine contro l’impossibilità per l’imputato di affrontare il processo, perché affetto da una grave patologia. Il “nonno orco” ormai è diventato troppo vecchio: le sue condizioni di salute, nel frattempo peggiorate, gli impediscono di difendersi in un’aula di tribunale. E così la farà franca, almeno in Italia.

Se la giustizia italiana e la sua “lentezza” (la denuncia, come detto, è riemersa dall’oblio dopo ben sei anni) hanno impedito che il colpevole delle violenze sessuali – peraltro reo confesso – comparisse davanti ad un giudice per essere processato, infatti, c’è da sperare che quella elvetica, che da tempo ha avviato un procedimento a carico del “nonno orco”, vada sino in fondo. Per rendere alla povera Samantha ed ai suoi familiari (costituitisi parte civile con l’avvocato Luigi Massimiliano Aquaro) quella “giustizia” che in Italia, invece, si era inspiegabilmente appisolata.