F.Oli.

MONTERONI (Lecce) – C’è un primo verdetto nell’inchiesta avviata dopo il blitz anticaporalato condotto dagli agenti della Squadra Mobile di Lecce il 17 agosto scorso all’interno dell’azienda agricola “Flora” di Monteroni specializzata nella preparazione di pomodori. Nelle scorse ore il gup Carlo Cazzella ha inflitto 4 anni e 10 giorni di reclusione ad Ali Zulqifar, capocantiere 37enne, di origini pachistane ma residente a Monteroni, accusato di intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro, lesioni personali e percosse ai danni di un suo connazionale. La sentenza è arrivata a seguito della richiesta di patteggiamento concordata dall’avvocato difensore Mariangela Calò con il pubblico ministero, Maria Consolata Moschettini.

L’imputato è sempre ai domiciliari dal 31 agosto scorso dopo due settimane trascorse in carcere. Nei prossimi giorni sarà presentata richiesta di scarcerazione. Non è stata valutata dal gup la richiesta di risarcimento avanzata da cinque lavoratori e dalle due associazioni sindacali (la Cgil e la Flai Cgil) assistite dagli avvocati Giuseppe Gennaccari e Yuri Chironi. Richiesta che, ora, verrà vagliata in separata sede. Nell’ambito della stessa inchiesta risultano indagati anche il titolare e il gestore dell’azienda agricola (marito e moglie residenti a San Pietro in Lama) ai quali è stato notificato un avviso di chiusa indagine e un altro soggetto pachistano.

Secondo le indagini condotte dagli agenti di viale Otranto, il capo cantiere e i titolari avrebbero reclutato 32 lavoratori per lo più di nazionalità pachistana, di cui due privi di permesso di soggiorno e nove sprovvisti di contratto di assicurazione, per la raccolta ed essiccazione dei pomodori. I lavoratori sarebbero stati costretti a lavorare fino a 13-15 ore al giorno per la paga di appena 80 centesimi per la raccolta di una cassetta di pomodori; alcune prestazioni, dalle testimonianze raccolte, dovevano essere svolte gratuitamente fino a tarda ora dai lavoratori minacciati di perdere definitivamente la retribuzione maturata fino a quel momento.

Ai braccianti sarebbe stato negato il permesso di usufruire del riposo settimanale e di qualsiasi periodo feriale; sarebbero stati costretti a dormire su materassi, in spazi stretti e angusti; i lavoratori, poi, potevano mangiare solo piadine preparate da loro stessi; qualche volta pollo e dovevano usare per bere l’acqua dall’irrigazione. I braccianti avevano a disposizione un solo bagno di pertinenza del casolare, peraltro fatiscente; per l’igiene personale, invece, dovevano far ricorso ad un tubo di irrigazione per i campi.