E’ di pochi giorni fa l’articolo uscito sul Sole24ore sulla situazione dei bilanci economico-finanziari del calcio italiano. La firma è di Gianni Dragoni, caporedattore del quotidiano milanese. L’istantanea che ne viene fuori sembra ricordare l’esito di una risonanza magnetica che indaga sotto la superficie e svela la situazione inaccessibile ad occhio umano. Il malato è il calcio italiano, le plusvalenze sono il male che ne aggravano lo stato di salute ma al tempo stesso coprono i sintomi con un effetto analgesico. L’aumento delle plusvalenze, passate da 749 milioni di euro nella stagione 2016/17 a 799 milioni di euro nella stagione 2017/18, gonfia anche i costi nei bilanci, attraverso l’incremento degli ammortamenti sui diritti dei calciatori. Spesso, con le stesse plusvalenze, viene vengono coperti anche i costi di gestione. Viene usato il salvagente degli ammortamenti per “spesare” in più anni il costo dei cartellini; un salvagente che solo nell’ultima stagione è passato da 696 a 777 milioni, di cui 712,6 milioni solo per la serie A. La fotografia dei bilanci del calcio è contenuta nel ReportCalcio 2019, il nono studio annuale sul mondo del pallone, curato dall’ufficio studi della Figc in collaborazione con l’Arel di Enrico Letta e con PricewaterhouseCoopers (PwC).

Il rapporto, riferito alla stagione sportiva che si è chiusa il 30 giugno 2018, è stato presentato nei giorni scorsi al Senato, alla presenza del presidente Figc Gabriele Gravina e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Il rapporto del PwC mette insieme i bilanci di 85 squadre professionistiche su 99 presenti nelle prime tre serie, tra cui le 20 squadre di serie A (in B solo 19 su 22). Poiché le plusvalenze vengono realizzate quasi tutte con la compravendita di giocatori tra squadre italiane, se si facesse un bilancio consolidato di tutti i club della serie A le plusvalenze, essendo “infragruppo”, andrebbero eliminate, a meno che non realizzate con la vendita a club stranieri, cosa che avviene raramente. Pertanto la perdita effettiva del sistema calcio in realtà è molto più alta di quella che appare dal bilancio aggregato, perché bisogna fare la somma algebrica tra perdita netta e plusvalenze (con segno però negativo).

Analizzando la situazione della sola serie A, Dragoni evidenzia che nella stagione chiusa a giugno 2018 i ricavi operativi, escluse quindi le plusvalenze che non sono veri e propri ricavi ma entrate straordinarie, ammontavano a 2.358,3 milioni, in crescita del 6,6% rispetto ai 2.212,1 milioni della stagione terminata il 30 giugno 2017. Il costo del lavoro è aumentato da 1.392,7 a 1.473,9 milioni (+5,8%), con un’incidenza del 66,63% sul totale dei ricavi. La bolla delle plusvalenze lo dimostra anche il forte incremento delle stesse negli ultimi anni, avvenuto senza un innalzamento dei valori sportivi, perché i club italiani a livello internazionale non hanno ottenuto successi. E la nazionale non è neppure riuscita a qualificarsi per il mondiale in Russia del 2018. Nella stagione 2014-2015 le plusvalenze totali del calciomercato in serie A erano pari a 331,7 milioni (al lordo di 27 milioni di minusvalenze), nel 2015-2016 erano salite a 376 milioni (35 milioni di minusvalenze). Ma poi sono esplose, quasi raddoppiate: 693,4 milioni nel 2016-2017 e 713,1 nel 2017-2018.

Questa improvvisa esplosione dei prezzi dei cartellini dei giocatori, probabilmente, sembra essere dovuta all’utilizzo delle plusvalenze per coprire le perdite della gestione operativa. D’altronde il pagamento avviene spesso non con denaro liquido, ma con la contro-cessione di altri giocatori, come in veri e propri scambi. A conferma del peggioramento dello stato di salute dei conti c’è l’aumento dei debiti. I debiti totali della serie A sono passati dai 2.974 milioni del 30 giugno 2015 a 3.883 milioni del 30 giugno 2018, il 30% sono debiti finanziari. Solo nell’ultima stagione i debiti sono aumentati di 258 milioni. A pesare fortemente sui bilanci delle società è l’aumento del costo del lavoro (soprattutto dei calciatori), passato a 1.792 milioni, pari al 64,6% dei ricavi operativi. Quindi, se si eliminano le plusvalenze del calciomercato, la perdita effettiva totale è pari a -992 milioni nella stagione al 30 giugno 2018. Una situazione che non trova similitudini all’estero e che rischia di far esplodere il calcio italiano nella bolla delle plusvalenze.

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