Il fisco, da qualche anno, punta a recuperare le imposte oggetto di evasione fiscale attraverso il contrasto all’uso del contante. Per raggiungere l’obiettivo, tra le altre misure, ha introdotto la tracciabilità dei pagamenti. Cos’è la tracciabilità? Come tutti sappiamo, oggi, è vietato trasferire (da una persona ad un’altra o da un’azienda ad un’altra) una somma di denaro contante pari o superiore a tremila euro ed è, pertanto, obbligatorio utilizzare degli strumenti che lascino traccia dei pagamenti. Tali strumenti sono:

  1. Carte di credito (anche prepagate) e carte di debito (bancomat) 2. Bonifici bancari o
    Flavio Carlino, Dottore Commercialista e Avvocato a Racale

    postali (anche tramite internet). 3. Assegni circolari e bancari. Vediamoli uno a uno.

Carte di credito e di debito (bancomat)

I pagamenti con carte di credito o bancomat sono sempre riconducibili a un rapporto di conto corrente bancario sul quale si addebitano le spese sostenute.

Le carte prepagate, anche se non collegate ad un conto corrente, consentono di registrare, sia il preventivo deposito della provvista in banca da parte del correntista, sia i successivi pagamenti fatti con la stessa.

Bonifici bancari o postali

Il bonifico, bancario o postale, è il metodo più sicuro per trasferire una somma di denaro senza subire contestazioni da parte del fisco o delle autorità. Tramite il bonifico è possibile ricevere o versare somme sui conti correnti indicando, nella causale, il motivo del trasferimento del denaro.

L’estratto conto bancario o postale è una prova pacificamente accettata nei processi tributari, per via del fatto che viene prodotto da un soggetto terzo tra chi effettua il bonifico e chi lo riceve ed è fornito di date certe così come vuole la legge.

Ovviamente il fisco potrebbe considerare false le dichiarazioni fatte nella causale, ma se quanto scritto può essere dimostrato, il problema non esiste. Ad esempio se l’Agenzia delle Entrate ci sottopone ad una ricostruzione induttiva del reddito attraverso le spese sostenute in un determinato anno, l’estratto conto bancario può dimostrare la provenienza del denaro, che può riguardare, ad esempio, una donazione da parte dei genitori o dei nonni.

Assegni circolari e bancari

L’assegno circolare si ottiene depositando in banca denaro contante in cambio di esso. È una sorta di assegno “prepagato” ed è perfettamente tracciabile sia per il preventivo versamento, sia perché già intestato alla persona a cui è destinato, sia perché la banca ne registra la matrice. In sostanza l’assegno circolare è già rilasciato con l’indicazione dell’importo (pari al denaro versato per il suo rilascio) e del nome del beneficiario.

 

L’assegno bancario invece fa parte di un carnet di assegni che il cliente chiede alla banca se è titolare di un conto corrente. Ogni volta che sarà necessario il correntista emetterà un assegno con l’indicazione dell’importo e del beneficiario. A differenza dell’assegno circolare, quello bancario può non essere “coperto”. Per essere considerato tracciabile dev’essere emesso nella modalità “non trasferibile” mediante girata. Proprio per tale motivo, già da qualche anno è vietato emettere assegni bancari per cifre superiori a mille euro senza la clausola di non trasferibilità.

Ora, invece, cerchiamo di capire a cosa serve la tracciabilità dei pagamenti.

Secondo l’Agenzia delle Entrate, grazie alla tracciabilità dei pagamenti, è possibile ricondurre un pagamento a chi lo ha eseguito. Ciò, quindi, risulta utile a contrastare l’evasione fiscale, ma, soprattutto, il riciclaggio di denaro proveniente da fonti illecite.

La circolazione di denaro contante è l’unico mezzo di pagamento che garantisce l’anonimato, perché non è tracciabile.

L’unico momento in cui il denaro contante viene considerato tracciabile è quello del suo versamento in banca, ma se ne deve sempre dimostrare la provenienza. In caso contrario, il fisco  “presume” automaticamente che chi fa il versamento di denaro contante, senza riuscire a dimostrarne la provenienza, sia un evasore.

Grazie all’anagrafe dei conti correnti e all’abolizione del segreto bancario, infatti, l’Agenzia delle Entrate è in grado di conoscere ogni movimentazione bancaria, di qualsiasi contribuente ed ogni  versamento sul conto corrente che non sia “giustificato”, viene considerato un ricavo, quindi un reddito, evaso, cioè proveniente da attività svolta in nero. Se non si è in grado di dimostrarne la provenienza scatta un accertamento fiscale con la conseguente tassazione del denaro versato e non giustificato e l’applicazione di una sanzione tributaria proporzionata all’imposta.

Grazie all’Archivio dei rapporti finanziari, più comunemente conosciuto come anagrafe dei conti correnti, ogni anno l’Agenzia delle Entrate riceve dalle banche gli elenchi delle movimentazioni dei conti correnti e li sottopone a verifica.

Nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate si accorge di un versamento sospetto, spetta al contribuente dimostrare la provenienza del denaro. La dimostrazione va data, però, con un documento avente “data certa”. Ad esempio, una scrittura privata registrata presso l’Agenzia delle Entrate, oppure le parti interessate possono essersi scambiate delle missive via Pec (posta elettronica certificata) da cui risulti che ci sia stato il trasferimento di denaro, oppure va bene anche un plico raccomandato, cioè una lettera piegata su un unico foglio, inviato a se stessi, atteso il fatto che il timbro postale conferisce alla stessa data certa.

Ovviamente, la data certa deve riguardare un documento che certifichi la provenienza lecita del denaro, come ad esempio, un regalo in contanti ricevuto da un parente, il risarcimento di un danno, un prestito di denaro.

Ma facciamo attenzione! La “presunzione” è a favore del fisco: l’Agenzia delle Entrate, cioè, non deve dimostrare che le somme versate sul conto sono frutto di un’attività in nero, ma può limitarsi a presumerlo per il semplice fatto che tali somme non sono indicate nella dichiarazione dei redditi. Spetta, invece, al contribuente difendersi e fornire la prova contraria a tale presunzione. Se non lo fa, l’importo viene tassato nella fase accertativa.

Dopo l’abolizione del segreto bancario qualsiasi movimento sul conto corrente, sia che si tratti di prelievo, sia di versamento, sia di bonifico, viene registrato e comunicato all’Agenzia delle Entrate e all’Unità di Informazione Finanziaria presso la Banca d’Italia.

È vero che nessuna legge impone alcun limite al versamento di denaro contante sul conto corrente  bancario. Tuttavia, il conto corrente può sempre essere controllato e ciò può avvenire da tre punti di vista differenti: quello fiscale, quello relativo alla tracciabilità dei pagamenti e quello relativo al riciclaggio del denaro proveniente da fonti illecite.

Dal punto di vista fiscale, ripetiamo, anche se non c’è alcun limite sulla somma che si può versare sul conto corrente, si deve sempre poterne dimostrare la sua provenienza e, soprattutto, se essa sia stata tassata. Se ciò non accade, l’Agenzia delle Entrate presume che si tratti di denaro proveniente da attività svolte in “nero”.

Quindi, è meglio non versare sul conto corrente soldi provenienti da attività in nero. Vedremo più avanti come possiamo fare per versarne una parte.

Dal punto di vista della tracciabilità dei pagamenti, tutti sappiamo che è vietato trasferire più di 3mila euro in contanti tra diversi soggetti. Questa norma non si applica ai versamenti di contanti fatti sul proprio conto corrente, atteso il fatto che non vi è trasferimento di denaro tra soggetti diversi. Ma facciamo attenzione! Dobbiamo poter dimostrare la provenienza di quel denaro attraverso i metodi che abbiamo visto prima.

Di recente, è stata approvata una normativa che impone alle banche di segnalare all’Uif (Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia) tutti i versamenti e prelievi di contanti superiori a 10mila euro o anche superiori a mille euro se c’è il sospetto che essi siano la frammentazione di un prelievo o di un versamento di valore più elevato, complessivamente pari o superiore a 10.000 euro. Lo scopo, in questo caso, non è il contrasto all’evasione ma la prevenzione di reati di riciclaggio e criminalità organizzata.

A differenza delle comunicazioni inviate all’archivio dei rapporti finanziari, le nuove informazioni scatteranno solo per movimenti superiori a 10mila euro, o come abbiamo poc’anzi detto, anche, a prelievi e versamenti da 1.000 euro se c’è il sospetto che essi siano la frammentazione di un prelievo o di un versamento di valore più elevato, complessivamente pari o superiore a 10.000 euro.

Il conto corrente, sia esso bancario o postale, quindi, viene costantemente controllato. Non ci sarà la possibilità di spezzettare l’operazione per evitare i controlli, perché anche in questi casi scatterà la segnalazione se la singola operazione raggiungerà mille euro.

Ma, concludendo, un piccolo escamotage per versare somme provenienti dal “nero”, forse, ci sarebbe. Si può chiedere ad un parente od amico fidato, che abbia un po’ di denaro sul proprio conto corrente, di effettuare un bonifico di una somma di denaro pari a quella proveniente dall’attività in “nero”, a titolo di donazione indiretta o prestito infruttifero, e ci si fa firmare delle ricevute di importo inferiore a mille euro per la sua restituzione a rate. In tal modo rientreranno sul conto corrente parte dei proventi evasi e spetterà all’Agenzia delle Entrate la prova contraria. Certo, è solo un’ipotesi!

Flavio Carlino