di Gaetano Gorgoni

TORRE CHIANCA (MARINA DI LECCE) – Avrà la faccia di un buon padre di famiglia, come tanti pedofili che sanno camuffarsi, oppure avrà l’aspetto di un balordo dagli occhi spiritati? Avrà fatto una vita apparentemente normale o per la ricorrente legge del contrappasso sarà stato devastato dalla disgrazia e dalla malattia. Avrà la faccia del vicino di casa, del vecchietto innocente che alle sei di sera gioca a carte con gli amici a Torre Chianca, oppure dello straniero? Chi è il mostro che ha ingannato il piccolo Daniele Gravili, di soli tre anni, con delle caramelle mou per poi scaraventarlo sulla spiaggia, violentarlo e farlo soffocare nella sabbia affinché non strillasse il suo orrore?

Daniele Gravili – casa Torre Chianca

C’è chi sarebbe pronto a dare la sua stessa vita per saperlo. Perché il mostro di Torre Chianca ha devastato l’anima di un’intera comunità e quell’incubo si annida, dopo 27 anni (oggi è l’anniversario della morte), nei pensieri di chi c’era e viene tramandato alle nuove generazioni, come una buia favola senza lieto fineEra il 12 settembre del 1992. Vogliamo ricordarlo con forza, perché in tanti hanno sete di verità. La casa dove abitava Daniele Gravili, il piccolo di tre anni a cui un vigliacco orco ha rubato la vita, si trova in via dell’Acquario, al numero civico 7: ora è una villetta ristrutturata e con un cancello massiccio, tutto nuovo. Forse per non far uscire più nessun bambino senza il volere dei genitori. Abbiamo girato a piedi tutte quelle viuzze: tutte uguali, con case vuote e qualche famiglia che porta a passeggio i propri piccoli. I ragazzi corrono liberi con le loro bici. Ma la storia di Daniele scurisce i volti di chiunque: basta pronunciare quel nome.

“È sparito, non si sa come e non si sa chi lo abbia preso, il bambino andava su e giù con la bicicletta quel giorno: il cancello forse era aperto. Nella casa di fronte c’era gente, ma era l’ora di pranzo, molti riposavano, altri erano in spiaggia”- spiega con un nodo in gola la signora che abita di fronte. “Si concentrarono sulle persone sbagliate e persero l’occasione di incastrarlo”- ci spiega, invece, la signora che gestisce il bar “La Torre”. Non ci sono lidi su questa porzione di costa libera, poco popolata e silenziosa, soprattutto a settembre. Il mostro velocemente, attraverso un passaggio che collega la casa al mare, ha condotto il piccolo sulla spiaggia, attraversando la via almeno per arrivare al numero 7.

IL RITROVAMENTO DEL PICCOLO AGONIZZANTE

È vicino alla “torretta” che fu trovato il piccolo, qualche metro più avanti con la faccia rivolta verso l’antica Torre di avvistamento. Il papà di Daniele racconta di averlo visto per l’ultima volta intorno alle ore 14.00, il corpo straziato è stato trovato alle ore 15.30. Un ragazzo di 12 anni trova qualcosa di simile a un bambolotto con la faccia in su e sabbia ovunque. I genitori correvano, nel frattempo, da una villetta all’altra a chiedere se qualcuno avesse visto il piccolo: lo avevano lasciato nel cortile di casa, con il cancello chiuso (o socchiuso?), che correva con la sua bici spensierato. Tutto il vicinato si mette a cercarlo: poi lo trova, mentre è ancora agonizzante, un 12 enne, che si precipita ad avvisare tutti. L’adolescente è tanto traumatizzato da quella visione che non sa dire se si tratti di un bimbo o di un bambolotto. Daniele Gravili viene trovato a faccia in su, con la maglietta strappata sul davanti. Il piccolo non respira, ma è ancora vivo.

Sarà stato restituito dalle onde? Tante domande mentre un vigile del fuoco lo tiene in vita con la respirazione bocca a bocca. I genitori vengono avvisati dalle forze dell’ordine e sono sotto shock. Poi, la corsa in ospedale. Tre ore dopo, la tragica verità. È stato violentato e soffocato nella sabbia. Alle 21, dopo 7 ore, Daniele smette di respirare. Quella sabbia che ha riempito i polmoni lo costringe a cedere alla morte. C’è il liquido seminale del mostro, c’è il suo Dna, la sua immonda identità. Ci sono anche tracce di sangue. L’animale infame può essere stanato. La rabbia più grande è non avere la faccia e il pentimento del mostro di Torre Chianca e, forse, di chi non parlò pur sapendo. L’autopsia conferma che il piccolo è stato costretto a stare con la testa nella sabbia perché cercava di difendersi.

I genitori, Silvana e Raffaele, un autista e un’insegnate nelle scuole dell’infanzia, chiedono a tutti di parlare, di dire tutto quello che sanno. Ma il silenzio domina, tranne qualche caso raro, come la donna che gestisce il bar “La Torre”. Si fa una fiaccolata, ma poi tutto si scioglie nel silenzio e nel mormorio del mare di Torre Chianca. Intanto il mostro infame corre, fugge dalla sua coscienza, va veloce verso l’inferno. Il 12 enne, il primo a trovare il piccolo di 3 anni, che si chiama anche lui Daniele, rilascia una testimonianza confusa senza riscontri, confessa di aver mentito perché aveva paura di un uomo dai capelli grigi. Intanto, i genitori del piccolo Daniele Gravili, feriti per sempre, cominciano ad evitare la stampa: un anno dopo nasce una nuova figlia e rinasce anche la loro voglia di vivere.

L’AMAREZZA DELL’EX PROCURATORE CAPO CATALDO MOTTA

Cataldo Motta condusse con un pool creato ad hoc le indagini e sorride quando gli chiedo se a distanza di tanti anni qualcuno potrebbe ancora avere un sussulto di coscienza e parlare. “Lei non vive a Lecce? – mi dice con una certa ironia – Non è di Lecce? C’è molta omertà in certe occasioni. Chi non ha parlato difficilmente parlerà”. Non ha tutti i torti l’ex procuratore capo di Lecce ormai in pensione: ci sono due casi irrisolti nel Salento. Oltre al piccolo Daniele ci sono tutte quelle coltellate a Peppino Basile, in piena notte d’estate, in una via popolarissima dove la gente “prende il fresco” sull’uscio di casa fino a tardi (usanza tipica delle popolazioni salentine). Il consigliere provinciale mentre veniva ucciso aveva il tempo di gridare, ma nessuno ha visto, solo un minore: una testimonianza poi ritenuta poco attendibile. Misteri. Due imperscrutabili gialli salentini. 

“Non abbiamo avuto fortuna” – continua amareggiato Cataldo Motta – Certi casi o si risolvono subito o non si risolvono mai”. C’è stato un errore nelle indagini? È stato un errore concentrarsi troppo sul dodicenne che ritrovò il bambino agonizzante e sul personaggio del paese, che poi abbiamo scoperto non essere colpevole? Secondo la signora Maria Teresa Capoccia,  che gestisce il bar “La Torre”, bisognava continuare a percorrere tutte le altre strade, senza pensare di aver risolto il caso. “Le indagini, in alcuni casi, o portano subito al colpevole o portano in un vicolo cieco”. Queste presero un vicolo cieco. Si pensò alla soluzione più semplice. Una chiamata anonima disse che era stato un certo Silvio a uccidere Daniele: l’uomo svelò l’esistenza di un passaggio condominiale che portava direttamente a mare dalla casa del piccolo rapito, una scorciatoia.

Gli investigatori fanno il percorso indicato e trovano le caramelle mou che l’assassino aveva utilizzato come esca per attirare il piccolo nella trappola. Ma il responso del DNA scagiona Silvio: non è lui il mostro di Torre Chianca. Vengono eseguiti 19 test che dicono chiaramente che quei sospettati sono tutti innocenti. Le 20 persone presenti sulla spiaggia a quell’ora non hanno visto nulla. Poi arriva una lettera anonima al Quotidiano di Puglia, scritta con le lettere ritagliare dal giornale: “Ho visto l’uomo che uccise il piccolo Daniele e ho solo un grande rimorso di coscienza”. Era un mitomane, era un modo per far uscire allo scoperto l’assassino o un testimone vero? Anche questo resterà un mistero. 

una parte della spiaggia dove fu ucciso il piccolo Daniele

Il caso sbarca in Parlamento grazie al senatore Giovanni Pellegrino, ma la Procura, che non ha avuto fortuna nelle indagini, è in un vicolo cieco e decide di archiviare. Il caso Gravili è tra i 27 casi italiani di cronaca nera irrisolti da diversi anni. Al nome di Daniele Gravili una signora spalanca gli occhi terrorizzata e si stringe la figlia piccola sul fianco: era una vicina di casa. “Abitavamo nella zona vicina alla Torre, quella senza lidi. È una cosa orrenda, soffro a ricordarla. Preferisco non ricordare. Vivo il ricordo di quel periodo come un brutto incubo. Ci conoscevamo tutti. Era settembre, c’era poca gente a mare, erano le 14. Io sono contro la pena di morte, ma per questo tipo di reati la metterei: una cosa di una crudeltà indescrivibile. Quella tragedia ha sconvolto tutta la comunità che ancora oggi prova a esorcizzare un dramma irrisolto”.

Di recente, una ragazza che all’epoca era piccola e abitava vicino casa di Daniele Gravili ha ricordato di aver visto sfrecciare un’auto bianca sulla via del rapimento, poco prima che la madre del piccolo bussasse alla sua porta per chiedere se avessero visto suo figlio. La ragazza che all’epoca delle nuove dichiarazione aveva 26 anni (era il 2010) ha notato che la macchina correva verso l’uscita di quel tratto di strada. Si tratta di un fatto anomalo perché quella via stretta e piena di bambini viene sempre percorsa lentamente. Ma la Procura non ha elementi per portare avanti l’inchiesta: tutto torna nel silenzio. Ogni volta che mi trovo di fronte alla ferocia degli uomini mi torna in mente quella frase di una straordinaria opera teatrale di Sartre (A Porta Chiusa): “l’inferno sono gli altri”. Un solo uomo può essere l’inferno per gli altri, ma il ricordo dell’infamia commessa sarà o sarà stato il suo inferno. Non bisogna dimenticare Daniele. Finché sarà possibile bisognerà sperare che la verità germogli in questa costa silenziosa dove oggi, 12 settembre, anche le onde sembrano fatte di lacrime. Un mostro ha calpestato questa sabbia. Vogliamo sapere se vive ancora, sporco e con la morte dentro, infastidito dalle mosche del rimorso, oppure affogato nel delirio di una vita “strafatta” di quel male assoluto che lo rincorre da anni. 

Gaetano Gorgoni  ggorgoni@libero.it