Il 17 gennaio in tutta Italia, dal nord al sud, si festeggia Sant’Antonio Abate. Detto anche il Grande è noto come uomo di preghiera, celebrato come lottatore contro i demoni, guaritore di infermi.

Nato intorno al 250 a Coma, località situata sulla riva occidentale del Nilo, da una famiglia cristiana di ottime condizioni economiche, alla morte dei genitori, ancora giovane, vendette tutti i beni paterni, affidò la sorella a pie donne assicurandole i mezzi di sostentamento necessari e distribuì ai poveri tutto ciò che gli rimaneva. Si ritirò a vita eremitica, in un luogo vicino al suo villaggio, dedicandosi al lavoro, alla lettura della Sacra Scrittura e alla preghiera. Tentato in diversi modi dal demonio, resistette sottoponendosi a delle penitenze sempre più rigorose. Si trasferì presso un’antica tomba scavata nel fianco di una montagna, nota solo ad un amico fedele. Nel 285, all’età di 35 anni, interruppe qualsiasi relazione umana, ritirandosi ad est, verso il mar Rosso, fra le montagne del Pispir, presso un castello abbandonato, nido prediletto dei serpenti. Al tempo della persecuzione di Massimino, intorno al 311 abbandonò la vita eremitica per recarsi in Alessandria a incoraggiare e sostenere i confessori della fede. Costretto dall’insistente indiscrezione del popolo, si addentrò nel deserto della Tebaide orientale. Unitosi ad una carovana di mercanti arabi raggiunse una montagna distante circa tre miglia dal Nilo, dove trascorse gli ultimi anni. Morì il 17 gennaio del 356.

La sua vita è tessuta di prodigi, di lotte contro il demonio, tanto da essere considerato uno dei santi più venerati del mondo cristiano. È iniziatore della vita anacoretica, cioè di solitari dimoranti nello stesso luogo, ma non legati da regole. Delle opere di Sant’Antonio è rimasta solo una lettera autentica indirizzata all’abate Teodoro e ai suoi monaci. Le sette lettere ricordate da San Gerolamo sembrano perdute. Sono da considerarsi come apocrifi tutti gli altri numerosi scritti a lui attribuiti.

Il culto di Sant’Antonio per alcuni aspetti ebbe inizio durante la sua vita. San Girolamo nella Vita Hilarionis documenta le preoccupazioni del santo circa la sepoltura del suo corpo dopo la morte, riportando la proibizione di Antonio ai suoi discepoli di rivelarne il luogo, conservando con cura la tunica e il mantello che lo stesso santo molti anni prima gli aveva donato. Il suo culto varcò ben presto i confini dell’Egitto diffondendosi sia in Oriente che in Occidente.

La Vita di Antonio Abate fu scritta da Sant’ Atanasio, che riporta un intero suo discorso, sunto della dottrina ascetica dell’anacoreta. Questa Vita, la cui autenticità è indiscussa, ha fissato i caratteri più frequenti e di riferimento della letteratura agiografica monastica, esercitando una forte influenza soprattutto in Occidente; lo stesso Sant’ Agostino nel capitolo VIII delle Confessioni ne sottolineò l’importanza nel momento della sua conversione.

Lo sviluppo del culto popolare del santo in Occidente è dovuto alla sua fama di guaritore dell’herpes zoster o “fuoco di S. Antonio”. Risultati inefficaci tutti i rimedi, i malati si recavano presso la chiesa di Saint-Antoine de Viennois, in cui erano custodite le reliquie di Sant’Antonio. Per accoglierli e curarli si rese necessaria la costruzione di un ospedale e la costituzione di una confraternita di religiosi dediti all’assistenza. Ebbe origine per questo motivo l’Ordine ospedaliero degli Antoniani, che adottò come sua insegna la gruccia a forma di T. Per assicurare la sussistenza dell’ospedale è probabile che i religiosi allevassero dei maiali, mantenuti dalla carità pubblica. Quando fu proibita la loro libera circolazione, si fece un’eccezione per i maiali degli ospedali antoniani, che però portavano al collo una campanella. Da questa attività si deve il fatto che sotto la protezione di Sant’Antonio furono posti i maiali e per estensione tutti gli animali.

In riferimento alla fama di taumaturgo è l’usanza di erigere grande cataste di legna, raccolta dai ‘questuanti’ dette falò di Sant’Antonio e cui si dà fuoco alla vigilia della festa. Quando la legna si è consumata, i fedeli raccolgono le ceneri e i carboni in segno di protezione. Inoltre in tutta Italia il 17 gennaio si benedicono gli animali domestici con tradizionali e tipiche manifestazioni popolari.

Strettamente connessi al culto sono alcuni detti popolari: di uno colpito da una sciagura improvvisa si dice infatti “deve aver rubato il porco di Sant’Antonio”, mentre di un intrigante che cerca di scroccare un buon pranzo si dice “va di porta in porta come il porco di Sant’Antonio”.

Anche la sua iconografia è ricchissima e ha trovato espressione nelle varie arti figurative. Generalmente è stato rappresentato come un anziano dalla lunga barba bianca, avvolto da un ampio saio monastico, col capo coperto da un cappuccio. Gli attributi che sovente accompagnano la sua figura in ordine cronologico di apparizione iconografica sono il bastone di eremita, il maiale, il campanello e la fiamma.

Il bastone nell’iconografia antica si presentava nella forma classica, per prendere più tardi la forma di un tau, la crux commissa degli Egiziani, che al tau attribuiva il significato simbolico di vita futura. Il bastone a tau fu adottato come emblema dell’ordine di S. Antonio tra il 1160 e il 1180, probabilmente in memoria di quello a stampella usato in vecchiaia.

L’immagine del maiale che accompagna il santo è da ricercare nel privilegio dell’ordine antoniano risalente al 1095 di allevarli per usare il lardo come medicamento contro il cosiddetto ‘fuoco di S. Antonio’.

Il campanello, spesso nell’iconografia, è legato al bastone del santo, in memoria del suono che annunciava l’arrivo dei questuanti dell’ordine antoniano. Altre volte il campanello è appeso ad un albero.

L’ultimo in ordine di tempo è il fuoco, che richiama la malattia volgarmente detta ‘fuoco di Sant’Antonio’, cioè l’herpes zoster. L’origine di questa tradizione risale alle numerose miracolose guarigioni da un’epidemia che infestava la Francia in occasione della traslazione delle reliquie del santo da Costantinopoli, dove furono ritrovate per mezzo di una rivelazione, in Europa. Da qui la tradizione dei falò o fòcare.

Storia, simboli e tradizioni per ricordare un santo, che invita ancora oggi a non perdersi nell’esteriorità dei culti, ma a ritrovare il senso e il significato della solitudine e della preghiera. Oltre le tentazioni…

Fonte di riferimento: Bibliotheca Sanctorum, Vol. II, Istituto Giovanni XXIII, Pontificia Università Lateranense, pp. 106-138.