Foto gentilmente concessa da "La Gazzetta del Mezzogiorno"

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LIZZANELLO (Lecce) – Tre ergastoli per i presunti responsabili dell’omicidio di Gabriele Manca, ucciso a soli 21 anni, nel marzo del 1999 nelle campagne di Lizzanello. La parola ergastolo è risuonata chiara e forte in tarda mattinata nell’aula bunker del carcere di Borgo “San Nicola” (notizia ripresa da altre due testate on line). Ad invocare il carcere a vita, come atto finale della sua requisitoria, è stato il pubblico ministero della Dda Carmen Ruggiero a carico di Omar Marchello, 40enne, Pierpaolo Marchello, 41enne, entrambi di di Lizzanello e, secondo l’accusa, sul luogo dell’omicidio e nei confronti di Giuseppino Mero, 54 anni, di Cavallino, che avrebbe accompagnato la vittima in campagna. Il presunto autore materiale, Carmine Mazzotta, 47enne, di Lecce, è stato già condannato a 30 anni di reclusione in abbreviato nei mesi scorsi. 

Secondo le indagini Mazzotta avrebbe ucciso la vittima con tre colpi di pistola calibro 7.62 in aperta campagna perché aveva picchiato Marchello in piazza tempo prima bollandolo come un infame per averlo denunciato ai carabinieri. E per ribadire la propria supremazia sul territorio quel doppio affronto doveva essere vendicato con il sangue. Quel tragico pomeriggio di sangue, era il 17 marzo del 1999, Gabriele Manca aveva un appuntamento con il padre Giovanni per essere accompagnato alla stazione ferroviaria di Lecce. Militare di leva, 20 anni, residente a Lizzanello, sarebbe rientrato di lì a breve a Foggia. Ma all’appuntamento con il padre non arrivò mai. Il padre lo attese. Invano. Il giorno dopo, preoccupato, il genitore si recò in caserma per denunciarne la scomparsa. Le ricerche scattarono nell’immediatezza. Furono  scandagliati gli ospedali della provincia ma di Gabriele Manca “attenzionato” dalle forze dell’ordine “per un carattere irascibile”, una sorta di cane sciolto, non fu trovata alcuna traccia. Fino alla tragica scoperta.

Il corpo di Manca venne ritrovato il 5 aprile, il giorno di Pasquetta, accanto a un muretto a secco sulla strada tra Lizzanello e Merine. Il giovane era stato assassinato a colpi di pistola, una Tokarev semi-automatica calibro 7,62, e ferito mortalmente al torace, al braccio e al gluteo destro. Era stato colpito di spalle mentre cercava una disperata quanto inutile fuga. A fornire un’accelerata decisiva alle indagini condotte dai carabinieri del Ros di Lecce sono stati i collaboratori di giustizia tra cui Alessandro Saponaro e Alessandro Verardi.

Il movente dell’omicidio si dovrebbe ricondurre ad un litigio che la vittima aveva avuto con Omar Marchello nelle piazza del paese. Secondo la ricostruzione del carabinieri Manca ferì al volto “il rivale” con un taglierino. Non solo. Sempre il giovane, sfrontato e sicuro di sé, avrebbe definito Marchello “un infame” per averlo denunciato ai carabinieri quale autore del suo ferimento. In questo contrasto sarebbe maturato – secondo gli investigatori – il proposito di vendetta. Manca avrebbe pagato con la vita la insubordinazione e la irriverenza nei confronto di Marchello che tentava di imporre la sua supremazia criminale a Lizzanello. La sera dell’omicidio il giovane militare sarebbe stato attirato in un tranello. Mero, con il pretesto di favorire un chiarimento con Omar Marchello, avrebbe accompagnato Manca in campagna dove, però, lo avrebbero atteso i killer. Da allora Marchello e Mazzotta avrebbero assunto un ruolo rilevante nelle frange della Scu leccese rimediando condanne per droga e mafia.

Una tesi ribadita questa mattina con forza dal rappresentante della pubblica accusa davanti ai giudici della Corte d’Assise in attesa delle arringhe degli avvocati difensori Umberto Leo, Giancarlo Dei LazzarettiFulvio Pedone e Germana Greco e della sentenza fissata per l’11 giugno. I genitori e i fratelli di Manca si sono costituiti parte civile con l’avvocato Fabrizio D’Errico.