Alcune apparecchiature, secondo gli accertamenti investigativi, erano state alterate nel software delle schede di gioco così come altri dispositivi denominati “totem” che riproducevano il gioco illegale del videopoker. “La complessa attività investigativa – spiegano gli investigatori – ha dimostrato l’operatività dei fratelli e la loro capacità di inserirsi nel tessuto dell’economia legale anche attraverso imprese individuali formalmente intestate a prestanome e società che, le indagini, hanno consentito, in realtà di ricondurre ai vertici del sodalizio criminale”.

Di particolare interesse sarebbe risultato il ruolo ricoperto dall’avvocato. Secondo gli inquirenti, Giovanni Rizzo provvedeva alle operazioni di prelievo del denaro dai dispositivi; gestiva i rapporti con i clienti; garantiva assistenza legale nei procedimenti penali che sorgevano a loro carico dopo i sequestri fornendo indicazioni per eludere i controlli e assumendosi con i fratelli l’onere di pagare le eventuali sanzioni.

Scriveva l’allora gip Giovanni Gallo nell’ordinanza: “Non agiva a difesa della posizione del cliente né riferiva fatti conosciuti nell’esercizio del mandato difensivo, ma agiva anche e soprattutto a difesa degli interessi propri in quanto correo insieme ai fratelli essendo stati proprio loro a noleggiare i dispositivi legali”. Per portare avanti l’attività illecita si è rivelato fondamentale il contributo offerto da quei titolari di esercizi commerciali presso cui venivano installati i congegni che, nonostante fossero consapevoli della illiceità dei dispositivi, avrebbero partecipato attivamente alla gestione lucrando i maggiori guadagni.

Nel corso di un controllo in un circolo di Squinzano in un’intercettazione Maria Teresa Rizzo consiglia al prestanome di dire “che i dispositivi li aveva acquistati da poco…adesso sequestreranno tutto…hai capito?…io le avevo acquistate qualche giorno…da chi?…è passato un camioncino bianco devi dire”. In tal modo i fratelli Rizzo consentivano ai titolari delle attività l’accesso a giochi e scommesse a distanza offerti da soggetti privi della necessaria concessione dei Monopoli di Stato, in totale evasione delle previste imposte e di tutte le regole di mercato che garantiscono la correttezza e legalità del gioco.

Tra i prestanome c’era chi, dopo aver ricevuto un sequestro di macchinette illegali, avrebbe continuato a chiedere a Pantaleo Rizzo l’installazione di altri giochi: “Come possiamo fare, qui hanno ripreso a giocare” si lascia sfuggire in una conversazione intercettata dagli investigatori. Tra i vari prestanome e i Rizzo c’era un costante flusso di comunicazioni.

Spesso aggiornavano i fratelli sull’andamento delle vincite e delle perdite di alcuni giocatori particolarmente assidui: “Antonella 250 euro ha preso di nuovo alle slot delle femmine…una cinquantina di euro li avrà giocati di sicuro” commenta al telefono il prestanome di un’attività. Nel corso delle indagini sono stati eseguiti numerosi sequestri di apparecchiature elettroniche oltre che in centri abusivi di raccolta scommesse in denaro anche in anche un’associazione culturale che dimostrano – a parere del gip – un perdurante collegamento tra gli indagati in cui le società e i circoli dagli stessi gestiti anche mezzo di interposta persona, hanno basato la loro attività in modo da sottrarre denaro dovuto all’erario”.