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    HomeCronacaBar e conti correnti sospetti: Tribunale rigetta richiesta di sequestro avanzata dall'Antimafia
    CronacaPrima Pagina

    Bar e conti correnti sospetti: Tribunale rigetta richiesta di sequestro avanzata dall’Antimafia

    30 Luglio 2020 22:06
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      TAVIANO (Lecce) – Il Tribunale dice no alla richiesta di sequestro con finalità di confisca del bar “Alba” di Taviano e dei conti correnti riconducibili a Saimir Sejdini, 29enne di origini albanesi. I giudici della prima sezione penale (Presidente Roberto Tanisi; giudice Elena Coppola e giudice relatore Giovanna Piazzalunga) hanno rigettato la richiesta avanzata dalla Direzione distrettuale antimafia sulla scorta delle indagini condotte dal Gico di Lecce. Per gli inquirenti, castello accusatorio sfaldatosi una volta finito al vaglio di una terna di giudici, il bar di famiglia sarebbe stato intestato formalmente alla madre di Sejdini, nonostante una evidente sproporzione tra i redditi dichiarati e il tenore di vita.

      Peraltro il valore dei due conti correnti bancari e dell’attività commerciale sarebbe stato stimato in oltre 250mila euro. Troppo per un soggetto entrato giovanissimo nel mondo del crimine dedicandosi, in particolare, al traffico di cocaina. E proprio dal business dello spaccio, secondo il teorema della Procura, Sejdini avrebbe tratto, se non in maniera esclusiva, quantomeno prevalente le proprie risorse economiche. Bar lavatrice per ripulire denaro sporco, in sintesi. E che, di certo, non poteva essere della madre per la sua insufficiente, e quasi nulla, capacità economica della donna e dell’intero nucleo familiare.

      Davanti a tale impianto accusatorio (in teoria impermeabile), la difesa l’ha spuntata. Gli avvocati difensori Luigi Corvaglia e Luca Laterza, nel corso della camera di consiglio, hanno depositato memorie difensive e copiosa documentazione tanto da indurre il Tribunale a disporre un rinvio per consentire alla Procura di controdedurre. Gli argomenti difensivi si sono fondati, in estrema sintesi, su due valutazioni: in punto di diritto è stata rilevata la violazione del principio di correlazione temporale tra i beni oggetto del sequestro ed il manifestarsi della pericolosità sociale del 29enne albanese trapiantato in Salento. La prima condanna, infatti, risalirebbe al 2012 mentre il compendio aziendale finito sotto sequestro sarebbe stato realizzato due anni prima; in più, è stata prodotta documentazione all’uopo per smontare la tesi della sproporzione dei redditi.

      I giudici hanno valorizzato un estratto previdenziale elaborato dall’Inps dal quale risulta con chiarezza come la madre di Sejdini dal 2002 (anno in cui il giovane albanese è arrivato in Italia) al 2010 abbia percepito redditi che non risultavano nell’informativa del Gico e che non erano stati pertanto considerati. E le spese effettuate, ipotizza il Tribunale, possano essere giustificate con un importante sforzo di risparmio di una famiglia di immigrati scappati dal proprio paese per sfuggire a situazioni di grave indigenza soprattutto nei primi anni successivi all’arrivo in Italia.

       

       

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