Se durante il periodo rivoluzionario ed in special modo durante quello napoleonico la Francia basò la consistenza delle sue forze sulla coscrizione, in realtà era stata la Prussia, nel primo ventennio del XVIII secolo, il primo Stato ad istituire la leva obbligatoria, non soltanto per i contadini

che ne costituivano la truppa, ma anche per i “Junkers”, i proprietari terrieri, che si trovarono controvoglia arruolati come ufficiali non retribuiti dal “Re Sergente” Federico Guglielmo. Eppure questa innovazione contribuì notevolmente all’ascesa dello Stato militare prussiano, primo fra tutti a disporre di un esercito organizzato secondo una logica più moderna. Tuttavia fu sotto il regno di Federico II che si realizzò la grandiosa macchina da guerra prussiana, dominatrice incontrastata dei teatri bellici europei fino all’affermazione di un nuovo modo di combattere da parte delle truppe della Francia rivoluzionaria.
Una delle prime preoccupazioni di Federico II, una volta asceso al trono prussiano, fu quello di riorganizzare l’esercito basato, come già visto, sulla leva estesa ai circoli provinciali del regno. Una volta costituite le unità, il sovrano provvide al loro inquadramento, creando in un primo momento uno Stato Maggiore per il funzionamento del comando e, successivamente, operando una rigorosa selezione dei quadri relativi agli ufficiali ed ai sottoufficiali. Caratteristiche peculiari delle armate del re prussiano erano la disciplina ferrea e il duro addestramento, che miravano ad ottenere una rapidità eccezionale nel tiro e nelle evoluzioni da parte della truppa, del tutto sconosciuta agli altri eserciti.
L’unità tattica della fanteria era la brigata, che si articolava su due reggimenti, mentre quella della cavalleria era il battaglione, composto da cinque squadroni. Due battaglioni costituivano una brigata di cavalleria. L’artiglieria, invece, era divisa in unità di supporto all’avanzata della fanteria. Vediamo come si svolgevano le operazioni dell’esercito prussiano al tempo del regno di Federico II. Durante la manovra d’attacco la fanteria, protetta dal fuoco di copertura dell’artiglieria, avanzava in colonne serrate ad intervalli di spiegamento, in modo da poter passare alla formazione in linea e aprire il fuoco, il più rapidamente possibile. Nel frattempo la cavalleria avanzava al trotto fino al limite della zona di fuoco avversaria e, approfittando della sosta che intercorreva fra una salva e l’altra, irrompeva oltre la linea, caricando con la sciabola sguainata. Nella manovra in difesa, invece, la fanteria soleva disporsi su una linea di tre righe ed effettuava un’azione di fuoco per arrestare l’avanzata nemica mentre contemporaneamente, la cavalleria, muovendo dalle ali in modo da non ostacolare il fuoco della propria fanteria, investiva lo schieramento antagonista in ordine obliquo, cioè sui fianchi. Intanto, nelle retrovie, si organizzava la riserva che interveniva durante la fase risolutiva della battaglia.
Secondo gli schemi di combattimento concepiti dal re prussiano, la manovra delle truppe doveva svolgersi sempre per linee interne e l’iniziativa doveva essere costantemente mantenuta.
L’efficienza di tale apparato bellico fu sperimentata in particolar modo durante la guerra dei Sette Anni, dalla quale la Prussia uscì come dominatrice assoluta. Non a caso, entrato a Berlino dopo la vittoriosa battaglia di Jena, una delle prime cose che fece l’Imperatore dei Francesi Napoleone I, fu quella di recarsi a rendere omaggio alla tomba di Federico II il Grande di Prussia, uno dei suoi idoli e modello da seguire.

Cosimo Enrico Marseglia

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