Titolo evocativo quello dato alla silloge di Irene Maria Mayer per Aletti Editore: “Oltre il muro: l’anima mia”. C’è un muro, per l’appunto, che durante gli anni si è costruito per sfuggire alle convenzioni, ai pregiudizi, una difesa, una fortezza: il corpo, accanto al quale vi è l’essenza, l’individualità, le fragilità e le verità di un essere umano; il corpo senza l’anima non può esistere, l’anima senza il corpo chissà. Ed è questo lavoro di conoscenza di sé, di interiorizzazione del sé che Irene Maria Mayer, coriacea, guerrigliera come i fondatori della magnifica Taranto, tenta, per raggiungere la verità, a volte scomoda e inaccettabile.

Chiede di essere compresa la poetica di Irene, di essere ascoltata senza battere ciglia, di non essere giudicata. Tale poesia stupisce e a tratti sconvolge per la bellezza e l’autenticità dei versi. Sembra in alcune poesie di leggere Alda Merini o Salvatore Toma. Si resta a bocca aperta, davanti al “caldo soffio d’estate qui non si sente: / lo rinnega la mente, / assolato giardino oltre il vetro / del mio destino, / accorpato di mille pensieri / come di oggi ed anche di ieri… “.

È poesia, è prosa, sono emozioni leggendo ancora “Tra l’afrore dei gerani / rileggo il libro dei miei pensieri / … /. Si spiegano / una dopo l’altra / le mie pagine / bianche di miele / o intinte di verità / scure e crude / … / rileggo mille, e mille pagine in un solo fiore / sbocciato per me”. Ci sono l’evidente ricerca di amare, di amarsi, il desiderio di capire. Convivono inoltre, le trame raccontate di pezzi di vita che hanno lacerato l’esistenza del poeta: il dolore acuto, lancinante e il desiderio di ritornare ad esserci, a vivere, ad amare contro l’indifferenza di chi ti considera diverso e ti ripone all’angolo.

Di una straordinaria sensibilità è poi il passo dal titolo “Avanzi di Carità”: “Arrabbiarsi ogni volta che ‘Gesù viene ucciso’, paradossalmente emettendo parole dure …, zittirsi e dolersi invece, se si ritiene di aver commesso errori, anche piccoli, nonostante l’errore che ti ci hanno appeso al collo, abbastanza da farti curvare la schiena a soli cinquant’anni! Il lavoro di vivere e seminare avanzi di carità”. Si resta attoniti. Il lettore è spiazzato, tace, proprio come vorrebbe quell’anima essere ascoltata senza ciarlare. La poesia richiede infatti, ascolto; la parola è maneggiata da Mayer, lavorata con una voglia di andare “oltre il muro” e condurre gli altri per comprendere anche la sua filosofia del fare, così scrive: “Non mi chiamo Marta. La filosofia del fare”, un libro di racconti, episodi della sua vita, di una malattia mentale attraverso la quale si smarrisce il controllo semplicemente per aver perso le redini di se stesso, incitando a ritrovarsi e a impadronirsi delle proprie redini, a cavalcare, recuperando però quella forza insita in sé, quel demone buono che riconduce sulla retta via.

È anche filosofia la parola descritta da Irene Maria Mayer, un dialogo con se stessa che ricerca, alle volte disperata, ma risulta indispensabile la ricerca per andare avanti, per dare un senso.

Un desiderio, il suo, di comunicare e quindi di amare ed essere amata, consapevole certo di perdere ancora le redini della propria esistenza, perché questa è la bellezza e, parimenti, è il dramma della vita; vogliosa tuttavia, e trapela dai suoi scritti, di credere, di avere speranza, di vivere.

 

Alessandra Peluso