di Manuela Marzo

Come ogni anno, il 17 gennaio, al ritmo de ‘lu tambureddrhu’, si rimane a guardare incantati l’accensione della ‘focareddha’. La fiamma, dalle indefinibili sfumature della scala cromatica del rosso, si leva verso il cielo, in onore di sant’Antonio. Quale Antonio? Sant’Antonio Abate e non di Padova, col quale spesso viene confuso.

Una tradizione unica che fonde insieme cultura popolare e credenze religiose, che riscalda da questo gelo invernale, non solo il corpo, ma anche il cuore. Nel Salento, non solo. Ma in tutta l’Italia, da nord a sud.

Dal tacco del nostro Paese, Leuca, de finibus terrae, da questo meraviglioso lembo di terra che si fa penisola, abbracciando due mari, Adriatico e Ionio, risalendo poi, pian piano, cullati dalle onde del mare di color argento, le stradine di campagna e ancora più su, in un viaggio virtuale, si incroceranno cumuli di fascine pronte ad infiammarsi.

La più grande a Novoli, nel nostro Salento, in onore del suo patrono sant’Antonio Abate: una pira alta 25 metri e con un diametro di 20. Di certo è la più grande d’Italia e del bacino del Mediterraneo.  Attorno alla fòcara per tutta la serata e la nottata del 16 gennaio, giorno della vigilia e dell’accensione ufficiale, si balla e si canta, tra devozione e tradizione. Impressionante! È uno scenario unico, suggestivo! La sua accensione, seguita da un travolgente spettacolo pirotecnico, illumina il cielo novolese di tinte calde che avvolgono nello stupore migliaia di pellegrini.

Ad ogni paese la propria fòcara per festeggiare il ‘suo’ sant’Antonio, un culto sicuramente senza tempo. Sant’Antonio Abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nacque a Coma nel 250 circa, nel cuore dell’Egitto. Attratto dall’insegnamento evangelico «se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi», e dall’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei pressi dei villaggi egiziani in preghiera, povertà e castità, all’età di vent’anni, abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni. La sua vicenda fu raccontata e diffusa da un suo discepolo, sant’Atanasio, secondo il quale Antonio lasciò il suo romitaggio solo due volte, la prima per confortare i fedeli di Alessandria perseguitati, la seconda per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea.  Morì ultracentenario nel 356.

 

Sant’ Antonio Abate, detto anche sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d’Egitto, sant’Antonio del fuoco, sant’Antonio del deserto, sant’Antonio l’ anacoreta,  è considerato il fondatore del primo monachesimo. È ricordato nel calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde, nel loro calendario, al 22 del mese di Tuba.

 

Diverse sono le espressioni iconografiche, che destano curiosità. Circondato da donne procaci, simbolo delle tentazioni, oppure, accompagnato dalla presenza, ai suoi piedi, di un maiale, secondo elemento iconografico apparso, in ordine di tempo, dopo il bordone o bastone dell’eremita a forma di T, seguito dal campanello e dalla fiamma. Il maialino ricorda il privilegio accordato, nel 1095, dal papa agli Antoniani, di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità; per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade: nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato ‘il male di s. Antonio’ e poi ‘fuoco di s. Antonio’. Per questo motivo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato a sant’Antonio Abate, considerato, di conseguenza, il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. Sempre per questa ragione, è invocato contro le malattie della pelle in genere.

Nell’iconografia antoniana è presente pure il campanello, spesso legato al bastone, forse per ricordare il tintinnio dei sonagli che annunciavano l’arrivo dei questuanti dell’Ordine.

 

La forte devozione popolare, ancora oggi, mantiene vivo il suo ricordo, in particolar modo nei paesi agricoli. La fòcara, focarazza o focareddha, ha sempre e comunque una simbologia purificatrice e fecondatrice. Un tempo, i tizzoni ardenti, raccolti nelle frascère, riscaldavano le case e servivano per asciugare i panni umidi. Oggi creano momenti di condivisione e di convivialità. E di gioia.

 

Simpatici i detti popolari, dal nord ‘Sant’Antoni da la barba bianca fam trua quel ca ma manca’ al sud ‘Sant’Antonio di velluto, fammi ritrovare quello che ho perduto’.

 

Profondi i detti attribuiti al santo. Ne ricordiamo uno, che invita all’umiltà: «Un giorno alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno si espresse secondo la sua capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: ‘Non hai ancora trovato’. Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: ‘E tu che dici di questa parola?’. Risponde: ‘Non so’. Il padre Antonio allora dice: Il padre Giuseppe sì che ha trovato la strada, perché ha detto: ‘Non so’». (Apophthegmata Patrum, 80d; PJ XV, 4).

Fa pensare. Ancora oggi!