MILANO – In questi giorni di pandemia, le autorità sanitarie chiedono alle forze dell’ordine il massimo sforzo per combattere gli spostamenti illegittimi delle persone, proprio perché la malattia covid-19, non avendo gambe, si serve di tutti noi per estendere il suo contagio. In campo c’è la tecnologia: è stato autorizzato l’utilizzo di droni, una tecnologia che ci controlla dal cielo. Ma la cosa ancora più invasiva sarà il monitoraggio degli spostamenti attraverso il cellulare, che ancora non è stato autorizzato e che potrebbe avere il via libera a breve dalle autorità preposte. È il sistema coreano, che in molti oggi invocano. Per la verità in troppi si stanno sbilanciando invocando eserciti e soluzioni cinesi, dimenticando che siamo in democrazia e si possono utilizzare deterrenti più umani per obbligare le persone a stare a casa, senza rinunciare a diritti sacrosanti. Certo, possiamo momentaneamente consentire una “riduzione” dei nostri diritti, ma per un tempo ben determinato e con determinate garanzie. Siamo di fronte a diversi diritti in conflitto: la tutela costituzionale della salute, quella della libertà personale, quella della privacy e tanto altro. Dunque, ogni intervento dev’essere messo in campo con grande attenzione. Il professore dell’Università Cattolica  Ruben Razzante, di origini salentine (nato a Taranto), è uno dei massimi esperti italiani di diritto dell’informazione e di privacy, oltre ad essere anche un giornalista e opinionista molto noto: a lui abbiamo chiesto quali sono gli argini da tenere ben saldi per non degenerare.
INTERVISTA AL PROFESSOR RUBEN RAZZANTE 
 L’Italia combatte contro il covid-19 con l’isolamento a casa. Alcuni non rispettano le regole. In questo periodo si sta attuando il controllo degli spostamenti attraverso i droni. Non è un problema per la privacy? Quali sono le regole che bisognerebbe seguire nell’utilizzo di questi dispositivi di controllo?
“In linea teorica sì, ma le normative europee sulla privacy prevedono che in casi di minacce alla salute e alla sicurezza pubblica la privacy possa fare un passo indietro per il perseguimento di obiettivi contingenti, come in questo caso la lotta contro il Covid-19. L’importante è che non ci sia un utilizzo illegittimo dei dati acquisiti attraverso i droni, vale a dire delle foto e delle videoriprese che un drone potrebbe fare. È essenziale cioè rispettare i principi di necessità e proporzionalità previsti dalle normative europee e nazionali sulla privacy, quindi limitare strettamente l’utilizzo dei droni alle finalità dichiarate”.
In Asia si controllano gli spostamenti dei cittadini attraverso il cellulare: si potrà fare anche in Italia? Con quali accortezze si può praticare il controllo degli spostamenti attraverso il cellulare?

“Anzitutto occorrerà un atto normativo e non un atto amministrativo per introdurre app anti-contagio così invasive per la nostra privacy. Il governo dovrà fare un decreto legge, vista l’urgenza, ma anche investire fin da subito il Parlamento in una discussione sul tema, considerato il fatto che sono in gioco le libertà di tutti. Nella legge dovranno essere esplicitate in modo chiaro e puntuale le modalità di utilizzo delle app, i dati che verranno raccolti, come verranno raccolti, come e da chi verranno utilizzati e per quali finalità. Tutto dovrà avvenire sotto il cappello pubblico, magari a cura della Protezione civile, ma con la stretta vigilanza dell’Autorità Garante della privacy. Soprattutto, quando sarà tutto finito, bisognerà accertarsi che i dati non finiscano in mani private, cioè quelle degli operatori telefonici o, peggio, dei colossi del web, che potrebbero essere coinvolti nella gestione dell’emergenza. Quelle informazioni contenenti nostri dati sensibili dovranno essere distrutte, le app disattivate e tutto dovrà rientrare nell’alveo della normalità democratica, con un effettivo rispetto della privacy sulle nostre comunicazioni, anche telefoniche”.

Dobbiamo ricordare a tutti che la Cina non è una democrazia. La privacy è una conquista importante. Una regressione delle conquiste del diritto è sempre possibile in occasioni di grandi emergenze, vero?

“Imbarazza anche me questa idolatria del modello cinese, ma fa parte della narrazione di questo governo, che ha assunto anche in passato posizioni discutibili rispetto agli equilibri geo-politici mondiali, strizzando ripetutamente l’occhio ai governanti di Pechino. La privacy è una conquista della civiltà giuridica. Peraltro gli Usa stanno mutuando dall’Europa modelli di tutela della riservatezza, a riprova del fatto che a Bruxelles hanno lavorato particolarmente bene su questi temi negli ultimi anni. Bisognerà garantire che tutto torni come prima una volta superata l’emergenza Covid-19. Le normative vigenti autorizzano sospensioni temporanee e limitate del diritto alla privacy, al fine di tutelare il nostro diritto alla salute. Tuttavia, occorre che tali limitazioni avvengano nel rispetto dei principi di proporzionalità e necessità e per le finalità strettamente richieste. Anche dal punto di vista temporale, queste operazioni di sorveglianza dovranno cessare un minuto dopo la morte del virus, altrimenti non saremmo più in democrazia e continueremmo a veder invasa la nostra sfera di riservatezza, che invece dovrà tornare ad essere intangibile”.

In questi giorni molti pazienti positivi al covid-19 hanno raccontato la loro storia su Facebook e i media hanno ripreso i loro post. In altri casi si è scatenata la caccia all’untore, rendendo pubblica professione, nome, volto e paese d’origine del soggetto contagiato attraverso il tam-tam su whatsapp, soprattutto nei primi giorni dell’epidemia. Vogliamo ricordare come devono comportarsi i giornalisti quando hanno in mano queste notizie?
“Per casi del genere valgono le norme della deontologia giornalistica, formalizzate nel Testo unico dei doveri del giornalista del 2016 e del Codice deontologico dei giornalisti in materia di privacy del 1998. Le condizioni di salute godono di una protezione rafforzata e non devono mai essere divulgate, a patto che non sia il diretto interessato a fare coming out e a rivelarle. Non commettono dunque una violazione deontologica i giornalisti che riportano sui media, anche se spesso in modo inopportuno, racconti di sofferenze fisiche pubblicati dai diretti interessati sui social. L’importante è non amplificare eventuali violazioni del principio della dignità umana, cioè ripubblicare immagini crude, raccapriccianti o impressionanti. I social, ai sensi dell’art.9 del Testo unico, assurgono a tutti gli effetti a fonte giornalistica primaria, al pari dei comunicati stampa e delle altre dichiarazioni ufficiali, purché riconducibili a profili ufficiali e autentici. I giornalisti che invece pubblicano sui propri profili social notizie riservate o dati sensibili di natura sanitaria riguardanti soggetti specifici possono essere messi sotto procedimento disciplinare ai sensi dell’art.2 del Testo unico, che impone loro una coerenza deontologica anche quando postano contenuti sui social. Il giornalista dev’essere giornalista a tutti gli effetti, non solo quando riporta contenuti di cronaca o esercita una critica sui mezzi di informazione, ma anche quando scrive su Facebook o sulle altre piattaforme social”.