Foto Giulio Rugge

San Cataldo, croce e delizia dei leccesi, è un luogo senza tempo e apparentemente senza speranze che nonostante una lunga serie di ingiustizie e violenze di cui è stato vittima nel corso degli anni, continua la sua personale battaglia contro l’oblio.

Rifugio sicuro per chi è in cerca di attimi di pace, che sia inverno o estate poco importa, San Cataldo dietro una parvenza romanticamente bohémien, urla di rabbia e dolore per troppi anni di imperizia e trascuratezza che l’hanno ridotto ad essere il fantasma di sé stesso e che solo da poco, a fatica e non senza polemiche sta ricostruendo una dignità calpestata.

Di San Cataldo poco si sa, poco si dice, molto si dimentica, eppure un tempo non era così.

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San Cataldo, nel II secolo d.C. ospitava infatti uno dei porti più importanti del Mediterraneo, meta di traffici marittimi, arrivi e partenze: Porto Adriano, citato dallo storico e viaggiatore greco Pausania nei suoi scritti, in cui specifica anche che il porto deve il suo nome proprio all’imperatore Adriano che ne volle l’edificazione.

La posizione strategica di San Cataldo, a metà strada tra i due grandi porti di Brindisi e Otranto, oltre alla vicinanza a Lecce, all’epoca Lupiae, ne faceva realmente un comodo e funzionale limen destinato a navi e imbarcazioni di medie dimensioni che solcavano in mari in cerca di commerci proficui e favorevoli.

Per molto tempo ci si è attenuti alla datazione proposta da Pausania che vuole Porto Adriano edificato nel II secolo d.C., ma un’altra corrente di pensiero, prende in considerazione le parole di Nicola Damasceno che racconta di un ventenne Ottaviano che nel 44 a.C., appreso della morte di Cesare, arrivò sulle coste salentine da Apollonia e si mise a piedi in viaggio verso Lecce.

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Ipotesi suggestiva, ma difficile da confermare, poiché non esistono chiari riferimenti geografici.

Porto Adriano per secoli ha svolto il suo ruolo di punto di riferimento commerciale nel Salento, contribuendo anche all’evoluzione economica e culturale del territorio, ma la fine dell’Impero lo trascinò nell’oblio della mediocrità e come pervasa da un comprensibile senso di abbandono, anche la zona circostante si lasciò andare ad un silenzio incredulo interrotto dal ronzio delle zanzare e dal gracidare delle rane che occupavano le paludi circostanti.

I viaggiatori che nei secoli a venire si avventurano verso San Cataldo, raccontano di una struttura portuale senza lodarne la magnificenza, limitandosi ad un mesto appunto a testimoninzia di un porto ancora funzionante in epoca normanna e angioina.

La svolta per Porto Adriano arriva quando la sua storia si lega a quella della contessa di Lecce, Maria D’Enghiein, che nel 1400 fece edificare una torre nelle immediate vicinanze del porto e durante la dominazione spagnola ampliò il molo offrendo a San Cataldo una nuova opportunità di riscatto trasformandolo in presidio marino del Regno di Napoli.

Nei primi anni del 1900, si decise di realizzare un nuovo molo a “L” ignorando completamente la presenza della struttura originaria e anzi distruggendola e riducendola al moncone che si vede oggi.

Foto Giulio Rugge

Chi vede oggi ciò che resta di Porto Adriano, in effetti potrebbe cadere nell’errore di supporre che si trattasse di un mediocre porticciolo di provincia, e sarebbe questa una grave mancanza, perché Porto Adriano procurò lustro all’attuale penisola salentina divenendo il più importante approdo commerciale di una Lupiae la cui fama si andava diffondendo nei più importanti centri economici e culturali.

In origine Porto Adriano era una struttura imponente e all’avanguardia, testimonianze del 1800 e nozioni arrivate fino ad oggi grazie allo studioso salentino Cosimo De Giorgi, segnalano anche la presenza di elementi in ferro utilizzati come rinforzi, il bastione centrale si addentrava in mare per circa 150 metri, mentre una serie di colonne in marmo bianco percorrevano l’intero molo.

Oggi di Porto Adriano restano alcuni blocchi di pietra che emergono dall’acqua, mentre la parte più interessante giace ormai sul fondale protetta in eterno dalle acque e dalla sabbia.

All’intervento dell’uomo, si sono aggiunti gli agenti atmosferici e le mareggiate che hanno corroso la pietra modificandone l’aspetto, il resto è opera dell’innalzamento del livello del mare che a oggi risulta essere di oltre 3 metri.

All’Università del Salento va il merito di aver riacceso i riflettori su Porto Adriano dedicando l’ultimo decennio ad una serie di studi storici e archeologici per restituire a Porto Adriano la meritata dignità, impegnandosi con entusiasmo e costanza nella delicata missione di svelare al presente, almeno in parte i fasti del passato, una sorta di monito ai leccesi tutti, un’invocazione a rispettare questa località che tutto il Mediterraneo ci invidiò.
Claudia Forcignanò