Di Flavio De Marco

Il numero 10 è croce e delizia per sé e per chi sta attorno. Ma partiamo dalla definizione stessa di n.10. Egli è la personificazione della “forma”, ossia di ciò che è plasmato per dare e per offrirsi, a volte per immolarsi. Può venire in soccorso di tale definizione il calcio e parlando del 10 a me e credo non solo a me viene in mente Maradona, Baggio, Gullit, ma, anche Hagi, Platini o Antognoni. Ecco, per semplificare, ma, il calcio è solo una esemplificazione per inquadrare il n.10. Infatti, il dominio di cui parliamo non è solo fisico o sportivo, è anzitutto metafisico, quindi ultraterreno. Il 10 è anche Picasso, Tito Schipa, Michelangelo, Fellini, Pasolini, Carmelo Bene o anche De Andrè, Bob Dylan e via dicendo. Questo in ottica macro, in micro anche il capoclasse, il leader del gruppo sociale o il prete coraggioso di periferia. Il n.10 ha un suo criterio categoriale e la massa non gli perdona la capacità di lavorare su di sé, di avere una sensibilità accentuata (sopra la media) e, soprattutto avere in seno sensazioni superiori e riuscire (anche inconsapevolmente) a trasmetterle all’esterno. Il n.10 distrugge la dialettica, il senso (inteso come buon senso, politicamente corretto) e per questo è destinato a fare proseliti (anche inconsapevolmente) e alla fine a restare da solo. Già, il n.10 è solo nella sua prospettiva, poiché diverso, poiché superiore. Da un lato il raccapriccio dell’umanità e degli ignoranti scarica tutti i propri fallimenti proprio sul 10, per invidia e perché lo stesso 10 si espone e quindi rischia.

Il n.10 è proprio in netta contrapposizione alla “vita da mediano”, poiché, il 10 si tuffa nella vita, essendo “tragico” in senso nietzschiano e superumano, è invidiato da chi fa il compitino. Ma attenzione anche ammirato: tale ammirazione si mescola sovente con una inconscia ritrosia al successo. In parole povere, il fallito cercherà spesso di procurare qualche fastidio al 10. I colpi vigliacchi alle spalle sono quelli più frequenti. Ma il 10 lo sa, il 10 è solo. Indovinate quando si perde di chi è la colpa? Del 10. Immaginate per un attimo se l’Argentina avesse perso il mondiale nel 1986: avrebbe perso Maradona, fidatevi e solo lui. Il n.10 ha su di sé il peso più grande, quello del nano infame ai piedi della montagna, il tempo. Estetica e forza possono soverchiare il peso più grande, ma il 10 deve giungere ad un livello di autocoscienza tale per poter capire che si è soli per definizione quando ci si avvia in certi percorsi. Ciò è declinabile anche al femminile: le eroine esistono eccome. A volte esistono per brevi periodi e ciò è assai deludente. Il 10 è comunque il cattivo, colui che catalizza sopra di sé da parte “degli altri”le invidie, le aspettative più assurde, il rancore, la gelosia e l’infamia. Spesso la menzogna è uno strumento scagliato contro il 10: difficile però scalfire il vero 10, molto. La storia di ognuno risuona nel breve periodo o nell’eternità del colpo d’ala, della generosità, dell’intuizione, del più che vita, insomma nelle profonde vibrazioni che il 10 può dare.