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Salento a pArte: Maurizio Muscettola

di Giorgia Durante

Ci sono persone che nascono con un dono. Quello di Maurizio Muscettola è, senza ombra di dubbio, la creatività. Classe 1969, è uno degli artisti operanti nel Salento più conosciuti e apprezzati. Per lui l’arte non conosce segreti, avendone sperimentato un po’ tutte le sue forme: dalla pittura alla scultura, dal disegno al restauro, passando anche per la poesia. Un vero e proprio artista a tutto tondo, contraddistinto da un talento unico e geniale. Nato a Campobasso da mamma salernitana e papà di Monte Sant’Angelo, ha trascorso la prima parte della sua vita a Napoli, per poi trasferirsi all’età di 15 anni a Lecce, insieme alla sua famiglia. Nel corso degli anni si è affermato sempre di più sul panorama artistico italiano ed estero, partecipando a molteplici mostre (più di cento) e vincendo numerosi premi. Da alcuni anni, inoltre, insegna anche storia dell’arte presso l’Istituto Marcelline di Lecce, oltre a tenere corsi privati di pittura. È con la sua intervista che riparte la storica rubrica di Corriere Salentino.

Come è nata la tua passione per l’arte?

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In realtà è nata con me. Questo amore viscerale per l’arte c’è sempre stato, fin da subito. Mia madre mi racconta sempre che già da piccolissimo, mi sedevo sulle sue gambe e disegnavo. In seconda media, poi,  ho avuto la fortuna di incontrare quello che sarebbe diventato il mio maestro, Giovanni Parlato, che all’epoca era il fidanzato di mia sorella, oggi diventato suo marito. Un giorno lui mi regalò una cassettina con dei colori: è così che ho iniziato a dipingere, avevo circa 12 anni, e da allora non ho più smesso.

Dopo questo primo incontro con la pittura, quale è stato il tuo percorso di formazione successivo?

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Successivamente ho frequentato l’istituto d’arte, prima a Sorrento e poi qui a Lecce, dove mi sono diplomato. Dopo le superiori, mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti e mi sono laureato nel 1992, iniziando a lavorare già durante gli anni della laurea. Diciamo che sotto questo aspetto sono stato molto fortunato, perché avevo le idee chiarissime già da ragazzino: ho sempre desiderato fare l’artista, non avevo in mente piani b. Nonostante io sia appassionato anche di biologia e di scienze naturali, ha sempre prevalso in me l’amore per l’arte, in tutte le sue forme. Non riesco proprio ad immaginarmi al di fuori di questo contesto: mi rendo conto, infatti, che per me è importantissimo avere sempre l’opportunità di esprimere la mia creatività.

Come definiresti la tua pittura?

Sicuramente la mia è una pittura classica da un punto di vista tecnico, ma in ogni quadro che realizzo c’è sempre la mia impronta. Non mi limito a realizzare un  semplice paesaggio, una natura morta (anche se io preferisco l’espressione “inanimata”) o un ritratto, perché dietro c’è sempre una storia, una narrazione. Ad esempio il dipinto “Il testimone scomodo”, ad una prima impressione, potrebbe sembrare una mera rappresentazione di un fiume, ma se lo si guarda con attenzione, si scorge, in basso a sinistra, Calimero, nascosto dietro una pietra e un po’ più in alto, un’impronta fossile di un pesce che sta per afferrare un insetto. In lontananza, poi,  una torre fatta di pietre una sopra l’altra.

Oppure in quadri in cui sono raffigurati paesaggi marini, si trovano elementi un po’ stravaganti: ne “Il gabbiano stanco”, ad esempio, al di sopra del mare galleggia una enorme frisa. In “Uno strano mito nostrano” le meduse, al posto di nuotare nelle acque, volano in cielo. Nel dipinto “Le cattive abitudini”, ambientato nei fondali marini, c’è un pesce rosso all’interno di un’ampolla di vetro.

La creatività, in fondo, è questo: mettere insieme delle cose che normalmente insieme non stanno. Ecco, è in ciò che consiste la mia pittura: io non faccio mere riproduzioni dal vero, c’è sempre qualcosa che prima di essere il mio quadro non esisteva, altrimenti non sarei un artista, ma solo un pittore; è questa la distinzione che faccio io. Perché oltre al discorso della manualità e delle capacità che ritengo importanti, ci deve essere la creatività: queste due cose, messe insieme, fanno un’artista.

Che cosa dipingi prevalentemente?

 Dipende, non c’è un soggetto prevalente. C’è stato un periodo, ad esempio, in cui ho avuto un interesse specifico per la figura, e in cui mi hanno interessato molto i volti delle persone anziane, che raffiguravo ingigantiti. Il primo di questa serie che ho realizzato si chiama proprio “Le mappe della vita”, che ritrae una vecchietta salentina. Poi ci sono stati altri momenti in cui magari mi sono dedicato ai paesaggi. A volte, anche se raramente, realizzo delle nature inanimate, oppure faccio degli omaggi alla pittura classica, riproducendo opere di grandi artisti del passato, rielaborandole sempre, però, in chiave personale. Una volta, ad esempio, ho riprodotto “Il sorcio” del pittore Giacomo Favretto, ma al posto del bambino intento a scacciare il topo, ho inserito Scratt, il personaggio immaginario de “L’Era glaciale”.

Inoltre, mi piace moltissimo creare una sorta di illusione, dipingendo all’interno dei miei quadri elementi come post it, foglietti o nastri. Questa tecnica in francese si chiama “trompe l’oeil” e serve ad ingannare l’occhio, abolendo quasi completamente la profondità, come si nota nei quadri “Autoritratto di uno sconosciuto” o “Lavori in corso”. A proposito di quest’ultimo, vi racconto un simpatico aneddoto: qui ho dipinto intorno a dei fichi, un finto nastro. Quando ho portato questo quadro dal corniciaio per chiedergli se potesse mettere il telaio, lui mi ha chiesto: “il nastro lo togli tu?”, credendo che fosse vero. Io gli ho risposto:“no, toglilo tu” e me ne sono andato.

Hai qualche mostra in programma?

 Si. Qualche anno fa mi sono reso conto che una cosa che accomuna molti dei miei lavori è l’elemento ascendente, cioè un qualcosa che va verso il cielo. Nel “testimone scomodo” questo è rappresentato da pietre messe una sopra l’altra, ma potrebbe comparire anche sotto forma di una torre vera e propria o di una conchiglia a spirale (soprattutto la cosiddetta “Thatcheria mirabilis” che mi piace tantissimo). Perciò vorrei fare una mostra che riunisca tutte le opere, sia di pittura sia di scultura, all’interno delle quali è presente questo elemento ascendente, davvero molto ricorrente nella mia arte.

Ancora non l’ho pianificata, più che altro perché sappiamo quello che è accaduto negli ultimi 2 anni, quindi mi è passata un po’ la voglia di fare progetti. L’ultima mostra alla quale ho partecipato, infatti, è stata nel 2020, prima della pandemia, e si chiamava “Arte a Venezia in Agosto”, presso la Venice Art Gallery. Qui ho esposto l’opera “Mia Matera”, che ritrae un tipico panorama della città.

Come nascono i tuoi quadri?

Bisogna tenere presente che non è mai facile spiegare il processo creativo e non credo che questo sia uguale per tutti. Per quello che mi riguarda, io traggo ispirazione da ciò che mi succede nella vita di tutti i giorni: vedo delle cose, parlo con persone, trovo un oggetto, un materiale, studio una cosa. Tutto questo converge in un grande calderone, che è quello della creatività. Poi ad un certo punto, mi viene in mente un’immagine, un’idea, che devo comprendere e decodificare.

Sicuramente una importante fonte di ispirazione sono i viaggi che faccio: a tal proposito, ad esempio, ho realizzato due quadri scaturiti dal ricordo di due incontri avuti durante la mia permanenza in India. Si tratta di “Uja e l’offerta”, quadro che raffigura una ragazzina del posto e di “Le dieci rupie”, nel quale il protagonista è un “sadhu”, cioè un asceta induista. Inoltre, da quando sono diventato insegnante, anche il rapporto con le nuove generazioni mi ha aperto nuovi orizzonti.

Ci sono particolari correnti artistiche alle quali ti ispiri? Hai dei pittori di riferimento?

Non è un caso che io insegni storia dell’arte, perché vuol dire che la amo tutta, perciò sia da un punto di vista tematico che tecnico, attingo veramente a qualsiasi corrente. Però ci sono sicuramente degli artisti che amo più di altri: ad esempio mi piace molto il pittore svizzero dell’800 Arnold Böcklin, oppure adoro Lawrence Alma-Tadema, che è un artista del periodo vittoriano. Per il pathos Caravaggio, ma lui a chi non piace? In generale, da un punto di vista tecnico, amo la pittura della seconda metà dell’800, soprattutto quella italiana, che reputo molto affascinante. Non ho mai dipinto, invece, quadri astratti.

Quali sono le tecniche che prediligi?

La pittura ad olio sicuramente, però ho sperimentato anche altre tecniche: anni fa, ad esempio, ho fatto una mostra solo di lavori a pastello, e spesso lavoro anche con gli acrilici. Mi ritengo uno sperimentatore e mi piace spaziare. Inoltre, preferisco dipingere su superfici rigide come MDF e Forex, un materiale plastico che secondo me è ideale perché ha una buona resistenza e non è soggetto a umidità. Se devo fare un lavoro di precisione, invece, utilizzo, la tela.

Con quale frequenza dipingi?

 Non esiste una regola: ci sono momenti in cui quotidianamente sto lì al cavalletto e altri periodi in cui faccio tutt’altro. Adesso, ad esempio, sto dipingendo ore e ore ogni giorno. Dipende veramente da quanto sei ispirato a fare una cosa e da quanto sei interessato ad un’altra. Poi io la mia creatività l’ho sempre lasciata fluire, anche perché si tratta di qualcosa che non si può imporre, quindi non ho mai messo dei paletti. Per me l’artista deve essere spontaneo e onesto nel suo lavoro, perciò quando sono interessato ad altro, non dipingo. Sempre che non debba realizzare opere su commissione, ovviamente.

È difficile essere un artista, al giorno d’oggi? Si riesce a vivere solo di questo?

 Si, ancora si, anche se non è facilissimo. Però credo che la cosa più difficile non sia vivere di questo, ma rimanere artisti e non cadere nella trappola del mercato, diventando dei prodotti commerciali.

Hai ricevuto tanti premi nel corso della tua carriera. Quali sono stati quelli che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

 Mi viene in mente il Trofeo Città di Lecce che ho vinto quando ero un ragazzo, avevo forse 19-20 anni e per me quella è stata una grande soddisfazione. Forse anche perché le prime volte che accade qualcosa sono sempre le più intense. Poi il destino ha voluto che, a distanza di più di 20 anni, sia stato chiesto proprio a me di gestire l’organizzazione di questo concorso, per quanto riguarda la sezione pittura, dato che c’è anche quella di poesia.

Nel 2010 hai pubblicato anche una raccolta di racconti e poesie che si chiama “La matematica dell’amore”. Come mai hai scelto questo titolo?

 Quando dipingo o quando scrivo mi piace molto mettere insieme cose apparentemente opposte, con l’idea che ci possa essere un punto di congiunzione tra queste, un equilibrio. Quindi, in questo caso, ho unito la matematica, la cosa più razionale che ti viene in mente, all’amore, quella invece più irrazionale. Questa operazione la faccio anche quando scelgo i titoli dei miei quadri, ad esempio ce n’è uno che ho chiamato “il freddo della passione”, combinazione, anche questa, un po’ insolita, dato che normalmente alla passione è associato il caldo.

Il tema della raccolta è quello dell’amore, ma in un senso più ampio, inteso come amore per la vita. Come nella pittura si può trovare la bellezza ovunque, così nella vita si può vivere con amore qualsiasi cosa. Quindi ci sono racconti e poesie che apparentemente non hanno nulla a che fare con l’amore, ma nei quali in realtà questo tema è presente, perché se si ama la vita stessa, qualsiasi racconto, qualsiasi poesia diventa un racconto e una poesia d’amore.

Tu sei anche uno scultore. Che tipo di sculture realizzi?

 Mi piace molto assemblare vari materiali, come la paglia, la plastica, la pietra. Una volta ho realizzato una scultura utilizzando un pezzo di asfalto trovato in una discarica. Anche di queste organizzo mostre.

Mi occupo poi di restauro: adesso, ad esempio, sto restaurando diverse statue del Duomo di Brindisi e in passato ho restaurato, per quanto riguarda la parte pittorica, la scultura in cartapesta di San Giuseppe Patriarca, ritenuta la più grande del mondo.

Da un po’ di tempo, inoltre, mi sto dedicando alla realizzazione di vari oggetti attraverso l’impiego del materiale di recupero in legno che trovo sulla spiaggia. L’elemento che accomuna tutte queste creazioni sono i galleggianti delle reti da pesca. Si tratta di lavori artigianali però, se mi conosco abbastanza bene, so che poi sfoceranno in delle sculture vere e proprie a cui sto già iniziando a pensare.

Coltivi anche altre passioni?

Sono un appassionato del mare, faccio immersioni da tantissimi anni e adesso mi sto dedicando alla ricerca subacquea. Inoltre sono ausiliario delle forze armate italiane: faccio parte del Sovrano Militare Ordine di Malta, che è il primo ordine militare religioso, nato anche prima dei templari. “Ausiliario” significa che vengo chiamato quando ci sono emergenze o situazioni di necessità particolari: ad esempio quando c’è stato il territorio nelle zone di Norcia e Cascia, sono stato mandato in missione lì.

Ascoltare Maurizio Muscettola è stato veramente un piacere. Oltre ad essere un grande artista, è anche una persona estremamente gentile e disponibile. Un vulcano di idee che, nonostante il successo, è rimasto sempre umile e fedele a se stesso.

Per rimanere aggiornati e continuare a seguirlo è possibile consultare la sua pagina Facebook “Maurizio Muscettola – Un viaggio ad arte”, all’interno della quale si possono trovare le sue mostre, i suoi quadri e tutte le informazioni utili.

 

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