Il Salento è sconvolto per la morte di due adolescenti: due giovanissime vite di 21 e 18 anni, che a distanza di poco tempo, sono state spezzate dal loro stesso dolore interiore. Dopo questi episodi, ci si accorge che ci è sfuggita la sofferenza di chi ci stava a fianco: non ce ne siamo accorti. La ragazza di 18 anni, che si è tolta la vita nei giorni scorsi, probabilmente aveva lanciato dei segnali di pericolo che non tutti hanno compreso. Ne abbiamo parlato con uno psicologo – psicoterapeuta, esperto in materia: il dottor Stefano Totaro, originario di San Pancrazio, ma da anni impegnato a Padova con l’associazione, di cui è socio fondatore, Soproxi onlus, che aiuta le famiglie proprio in questi casi. Per saperne di più basta digitare  il seguente indirizzo: www.soproxi.it. La onlus si occupa di aiutare le famiglie colpite da tragedie simili, «perché proprio i più vicini a chi si è suicidato diventano persone a rischio gesti estremi».

Il suicidio è ancora un argomento tabù: i giornali non ne parlano. Eppure, la gente ha voglia di conoscere, di essere informata, di capire perché succede e quando c’è il pericolo che avvenga una cosa simile. Il nostro articolo sul suicidio di una 18 enne che frequentava il liceo scientifico di Lecce, è stato letto da quasi un milione di persone: è il segnale che la gente vuole sapere. Esiste la convinzione che giornalisticamente un suicidio non sia interessante, che non bisogna parlarne: i lettori, però, ci danno un segnale opposto. Ecco perché abbiamo deciso di approfondire l’argomento con lo stile di sempre: facendo informazione e consultando un esperto.

Com’è possibile che degli adolescenti, persone spesso apparentemente tranquille, possano arrivare a compiere un atto di violenza così estremo verso se stessi?

«Dietro ad ogni pensiero o gesto suicida c’è una sofferenza indicibile. Questo accade nell’adolescente ed accade nell’anziano, le due categorie che maggiormente si spartiscono il triste primato per quanto riguarda il comportamento suicidario; gli estremi dunque: chi cerca un ruolo nella società e chi pensa di averlo perso, quel ruolo, per sempre. Ancora oggi sono i maschi a togliersi la vita in misura 3 o 4 volte maggiore rispetto alle donne. Ma non dimentichiamo che le statistiche ci mostrano che dietro ad ogni suicidio compiuto ci sono molte più persone che hanno tentato di togliersi la vita, senza riuscirci. E questo è un dato poco accurato, spesso molto nascosto per vergogna delle famiglie».

Quali sono i segnali che la famiglia dovrebbe recepire per capire se esiste realmente un rischio di suicidio?

«I fattori di rischio sono tanti, tra cui rientrano l’abuso di sostanze, la sofferenza psichica, patologie mediche croniche e/o invalidanti, disoccupazione, accesso ai mezzi autolesivi, precedenti tentativi di suicidio, perdita di persone significative, problemi familiari e molti altri ma a tutt’oggi è difficile spiegare perché alcune persone decidono di porre fine alla loro vita mentre altre, in una simile situazione o addirittura peggiore, non lo fanno. A tutt’oggi, dunque, anche una corretta individuazione dei principali fattori di rischio non garantisce una completa capacità predittiva, ma è già di per sé un primo e importante intervento di prevenzione per poter giungere all’attenzione di qualche professionista. Possiamo dire quindi che, seppur complessa, la prevenzione del suicidio è possibile oltre che eticamente doverosa».

È sempre e solo la depressione a indurre a gesti simili?

«Direi di no. Troppo spesso il suicidio è derubricato a gesto folle. Ed è probabilmente questa etichetta che porta a tacere il disagio che una persona vive. In realtà dietro ad ogni gesto suicidario c’è una sofferenza che probabilmente è difficile esprimere. Chiediamoci piuttosto come mai non si trova terreno fertile per parlarne, confidarsi, o come mai non si ascolta. Il suicidio in alcuni casi ha certamente una correlazione con la psichiatria ma sarebbe troppo semplicistico derubricarlo a gesto patologico. La fragilità, in fondo, richiede di essere ascoltata e affrontata e non incriminata e additata come debolezza».

La terapia psicologica è ancora un tabù, soprattutto al sud? E’ vissuta come un’onta, uno spreco di soldi?

«Confermo il triste tabù. Non ci si rivolge alle strutture sanitarie per paura di essere giudicati, per paura dello stigma. Ed è questo l’errore più comune, credere che le figure d’aiuto di stampo sanitario (medici o psicologi che siano) si occupino “solo dei matti”. Il benessere della persona invece, nella sua totalità, è l’obiettivo primario (oltre che etico) di ogni professionista sanitario. Ancora oggi si considera il rivolgersi a queste figure d’aiuto come uno spreco di soldi piuttosto che come un investimento. In un periodo di incertezza economica è senza dubbio un problema sentito, ma ci sono molti servizi di supporto offerti dal sistema sanitario nazionale, al di là dei professionisti privati».

Come prevenire e come curare? A quali strutture rivolgersi?

«In caso di pensieri suicidari ogni struttura sanitaria del luogo (pronto soccorso, medico di famiglia, consultori, ecc) è eticamente pronta ad accogliere il disagio. Quando purtroppo il suicidio è avvenuto, si parla di prevenzione terziaria (o postvention) ossia di prevenzione operata su chi resta. E di servizi in Italia non ve ne sono poi molti, specifici alla problematica. Il nostro progetto, SOPRoxi (acronimo di SOPRavvissuto e proximity) nasce nel 2006 da un’idea di Paolo Scocco, medico psichiatra dell’ULSS16 di Padova. Da allora fornisce supporto ai familiari e agli amici che si trovano ad affrontare un lutto per suicidio. Inizialmente eravamo in grado di accogliere solo le persone colpite dal dramma nella zona, ma dal 2010 grazie all’attivazione del sito web (www.soproxi.it) siamo in grado di fornire supporto online a tutti coloro che ci contattano, in Italia e all’estero. Nel 2013 con altri colleghi (psichiatri e psicologi) abbiamo fondato la Onlus, che ci permette di ricevere donazioni e finanziare la pubblicità e le nostre attività, che restano volontarie. Nel 2015 ad esempio abbiamo ricevuto più di 200 richieste di supporto che, rispetto agli anni scorsi purtroppo (e per fortuna) continuano a crescere. I sopravvissuti ad suicidio soffrono in una maniera che li diversifica rispetto ad altri tipi di morte perché sperimentano emozioni estreme molto più forti e dolorose, livelli maggiori di vergogna, sensazione di rifiuto, autocolpevolizzazione, stigma sociale e bisogno di nascondere la causa di morte. Lo sapevamo già (è da questa esigenza che nasce Soproxi) ma uno studio pubblicato pochi giorni fa su British Medical Journal conferma che i sopravvissuti al suicidio necessitano di supporto maggiore in quanto loro stessi sono a maggior rischio di tentativi di suicidio. Si può pensare che siano poche le persone interessate ma nessuno ne è esente, ogni suicidio tocca infatti decine di persone che restano, con le domande insolute (perchè lo ha fatto?) o coi sensi di colpa(avrei dovuto accorgermene!). Da studi recenti circa il 10% della popolazione è toccato (più o meno) da questo dramma. Tocca quindi tutti come cittadini».

Com’è possibile che ci sia un numero così alto di suicidi, soprattutto tra adolescenti? Ha fallito la scuola e la famiglia nei casi che si sono verificati nel Salento?

Paradossalmente, a differenza di quel che può apparire, i suicidi in Italia non sono aumentati negli ultimi anni, anzi hanno visto un sensibile calo, semplicemente se ne parla di più. Ed è bene che se ne parli. Peraltro dalle ultime statistiche ISTAT il Centro ed il Sud Italia sono le zone coi tassi più bassi di suicidio. Rispetto al fallimento, assolutamente no. Un suicidio è un fallimento della società intera. Il gioco delle colpe non fa bene a chi resta, ma ancor oggi purtroppo costituisce un grosso stigma. Il problema spesso dei media è additare delle colpe in seguito ad una notizia di suicidio come se trovare il capro espiatorio alleviasse le colpe di tutti e della società stessa. Ma questo non fa altro che complicare il processo di elaborazione del lutto di chi resta. Ogni gesto suicida porta con sé una dignità che chiede di essere rispettata, pur nella tragedia e irrimediabilità dell’evento. Certamente luoghi aggregativi ed educativi come la scuola possono contribuire ad una importante strategia preventiva, attraverso progetti mirati. Noi come Soproxi abbiamo costruito vari progetti per le scuole o interveniamo in scuole in cui uno studente si è suicidato per fornire supporto agli studenti e agli insegnanti. Ma mirare ad interventi più strutturati è quello che si dovrebbe maggiormente fare, senza pudore né vergogna.

Perché c’è tanto finto pudore? Perché non ne parlano i media? Il suicidio sembra un argomento poco interessante, invece la gente vuole sapere.

Perché la morte spaventa e si pensa ancora (erroneamente) che parlare di suicidio possa spingere le persone vulnerabili a compierlo. Ma è un mito ampiamente sfatato dalla ricerca scientifica. Parlare di suicidio si deve, ed affidarsi senza vergogna è un primo passo per prevenirlo.

 

Gaetano Gorgoni