“Speriamo che Khalid sia ancora vivo”, i familiari del marocchino covano ancora una speranza

⁠⁠⁠LECCE – Chiusi in un doloroso e speranzoso silenzio, confidando che non si tratti del loro fratello Khalid. Che il cadavere rinvenuto lunedì notte in quel fusto nelle campagne di Gallipoli non sia quello del loro amato fratello, di 41 anni, del quale si sono misteriosamente perse le tracce dallo scorso 23 giugno. Le due sorelle dell’ambulante marocchino Khalid Lagraidi, con le quali l’uomo divideva un appartamento in città, preferiscono non parlare.
A farlo per loro è l’avvocato Luigi Pedone, che le assiste: “Finché non si avrà la certezza che si tratti del corpo di Khalid, i suoi familiari non sono pronti a rilasciare dichiarazioni. Anche perché, ad oggi, non vi è certezza che si tratti di loro fratello e per questo è lecito che abbiano in cuor loro la speranza di poterlo riabbracciare. Il loro silenzio è da intendersi come l’ultimo barlume di speranza di ritrovare Khalid vivo”.
“Al momento – continua il legale – non ci è pervenuta alcuna richiesta di visionare il cadavere o gli indumenti ed oggetti personali che eventualmente erano indossati dalla vittima. Per sapere se sia il corpo dello sfortunato Khalid bisognerà attendere gli esiti della comparazione del Dna ed i risultati degli esami autoptici che svolgerà il medico legale. Finché non si scoprirà l’identità di quel corpo, ogni commento è prematuro ed azzardato”. Le due sorelle di Khalid, tra cui Souad che a giugno denunciò la scomparsa in Questura, a dire dell’avvocato Pedone, erano all’oscuro che loro fratello, padre di un bimbo rimasto in Marocco, frequentasse una ragazza di Gallipoli.
Una delle figlie dell’ex pentito Marco Barba: “Sono ipotesi che abbiamo appreso dai giornali – conclude Pedone – ciò che sanno per certo i familiari è che Khalid era un bravo ragazzo. Tutto qui”. Sebbene nelle ultime ore gli investigatori abbiano raccolto importanti confessioni sulla morte dell’uomo, dunque, i familiari del marocchino mantengono aperto uno spiraglio di speranza.
Intanto, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, le indagini proseguono a ritmo incessante, per dare presto un nome a quel corpo, rinvenuto nelle campagne di contrada “Monaci” a Gallipoli e sigillato” in un fusto metallico con calce e cemento, oltre che individuare i responsabili di questa “lupara bianca” in perfetto stile mafioso. La risoluzione del “giallo” sembra molto vicina.
Claudio Tadicini