di Manuela Marzo

L’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II ha un incipit che si condensa in una metafora meravigliosa: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità».

Nel corso dei secoli, sia nella cultura occidentale che orientale, l’uomo ha sentito il bisogno di ricercare la verità, giungendo a conclusioni talvolta diverse, se non addirittura contrastanti. Qualunque sia il proprio luogo geografico, comuni a tutti sono le domande circa il senso delle cose e della vita stessa.

Sull’architrave del tempio di Delfi è incisa una frase divenuta, nel tempo, quasi un motto “Conosci te stesso”. L’oracolo di Delfi, situato su di un altopiano a 700 metri sopra il livello del mare, sulle pendici meridionali del monte Parnaso, ha rappresentato, sin dai tempi lontani, uno degli enigmi più misteriosi del mondo antico.

Non solo filosofi, ma anche mercanti e i contadini salivano quelle scale nella speranza di conoscere il proprio destino. Tutti, proprio tutti, dovevano attraversare quell’architrave e leggere quella incisione ‘Conosci te stesso’. Forse un’esortazione, un avvertimento, ma comunque delle parole che ancora oggi hanno una forte presa sull’animo umano.

L’uomo, dotato di ragione, può infatti essere ‘conoscitore di se stesso’, distinguendosi ‘in mezzo a tutto il creato’: «chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita? Questi interrogativi sono presenti negli scritti sacri di Israele, ma compaiono anche nei Veda non meno che negli Avesta; li troviamo negli scritti di Confucio e Lao-Tze come pure nella predicazione dei Tirthankara e di Buddha; sono ancora essi ad affiorare nei poemi di Omero e nelle tragedie di Euripide e Sofocle come pure nei trattati filosofici di Platone ed Aristotele», si legge nell’enciclica.

Esprimono la richiesta di senso sentita come urgente e necessaria. Dal tipo di risposta a tali domande dipende l’orientamento della nostra esistenza. «La Chiesa non è estranea, né può esserlo, a questo cammino di ricerca» ma d’altra parte si fa carico «dell’annuncio delle certezze acquisite, pur nella consapevolezza che ogni verità raggiunta è sempre solo una tappa verso quella piena verità che si manifesterà nella rivelazione ultima di Dio».

L’uomo possiede molteplici risorse per la ricerca della verità, tra le quali emerge l’indagine filosofica «che contribuisce direttamente a porre la domanda circa il senso della vita e ad abbozzarne la risposta: essa, pertanto, si configura come uno dei compiti più nobili dell’umanità».

Etimologicamente il termine filosofia significa “amore per la sapienza”, esprimendo il desiderio di verità insito nella natura dell’uomo: «La capacità speculativa, che è propria dell’intelletto umano, porta ad elaborare, mediante l’attività filosofica, una forma di pensiero rigoroso e a costruire così, con la coerenza logica delle affermazioni e l’organicità dei contenuti, un sapere sistematico». In molti casi risulta evidente, tuttavia, una certa «superbia filosofica», che pretende di considerare la propria prospettiva come ‘lettura universale’ della realtà.

La Chiesa «al tempo stesso, considera la filosofia un aiuto indispensabile per approfondire l’intelligenza della fede e per comunicare la verità del Vangelo a quanti ancora non la conoscono».

Gli importanti risultati raggiunti nelle varie discipline, dall’antropologia, alla logica, alle scienze della natura, alla storia, al linguaggio, sembrano aver dimenticato, a volte, che l’uomo «è pur sempre chiamato ad indirizzarsi verso una verità che lo trascende». E invece di esprimere al meglio la tensione verso la verità «la ragione sotto il peso di tanto sapere si è curvata su se stessa diventando, giorno dopo giorno, incapace di sollevare lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità dell’essere».

Ne conseguono forme di agnosticismo, relativismo che «hanno portato la ricerca filosofica a smarrirsi nelle sabbie mobili di un generale scetticismo», per cedere il posto ad un indifferenziato pluralismo, in base al quale tutte le posizioni sono equivalenti.

«Con falsa modestia ci si accontenta di verità parziali e provvisorie, senza più tentare di porre domande radicali sul senso e sul fondamento ultimo della vita umana, personale e sociale».

Pertanto la Chiesa «depositaria della Rivelazione di Gesù Cristo, intende riaffermare la necessità della riflessione sulla verità». Con questa lettera enciclica papa Giovanni Paolo II ha inteso porre «l’attenzione sul tema stesso della verità e sul suo fondamento in rapporto alla fede».

I tempi moderni caratterizzati da rapidi mutamenti e cambiamenti, bombardati da una molteplicità di stimoli esterni espongono soprattutto le nuove generazioni «a cui appartiene e da cui dipende il futuro, alla sensazione di essere prive di autentici punti di riferimento».

«La Rivelazione cristiana è la vera stella di orientamento per l’uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità immanentistica e le strettoie di una logica tecnocratica; è l’ultima possibilità che viene offerta da Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario di amore, iniziato con la creazione».

Che rapporto c’è quindi tra ‘conoscenza di fede’ e ‘conoscenza di ragione’ più semplicemente tra fede e ragione? «Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha un suo spazio proprio di realizzazione». Si tratta di due conoscenze distinte, ma legate da un legame profondo. La ragione e la fede non possono essere separate senza che venga meno all’uomo la possibilità di conoscere in modo adeguato, se stesso, il mondo e Dio.

«In realtà, con la sua ragione l’uomo, leggendo il meraviglioso “libro della natura”, può, con gli strumenti propri della ragione umana, giungere alla conoscenza di Dio Creatore; ma quanto essa raggiunge acquista pieno significato solamente se il suo contenuto viene posto in un orizzonte più ampio, quello della fede».

La ragione e dunque la filosofia, deve riconoscere il suo limite, che è rappresentato dal mistero della Croce: «Il vero punto nodale, che sfida ogni filosofia, è la morte in croce di Gesù Cristo. Qui, infatti, ogni tentativo di ridurre il piano salvifico del Padre a pura logica umana è destinato al fallimento».

Fede e ragione illuminata dalla rivelazione possono esprimere con coerenza due scienze, teologia e filosofia. che «pur nell’autonomia e autoctonia rispettive, dialogano indagando l’unica verità che porta senso all’esistenza personale. La ragione, dunque, trova nella rivelazione la possibilità di essere veramente se stessa: libera di ricercare la verità, capace di indagarla una volta trovata e audace nell’abbandonarsi ad essa riconoscendo il proprio limite».

«Tuttavia è nel pensiero di san Tommaso d’Aquino che l’armonia tra fede e ragione raggiunge il punto più alto. Egli infatti riconosce che la natura, oggetto della filosofia, può contribuire alla comprensione della rivelazione divina. La fede, dunque, non teme la ragione, ma la ricerca e in essa confida. Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento, così la fede suppone e perfeziona la ragione. Quest’ultima, illuminata dalla fede, viene liberata dalla fragilità e dai limiti derivanti dalla disobbedienza del peccato e trova la forza necessaria per elevarsi alla conoscenza del mistero di Dio Uno e Trino.

Due ali, fede e ragione, che spiccano il volo verso la conoscenza della verità.

Molti uomini chiedono: quale verità?

Questioni di fede. Questione di Fede.

 

Fonte: Giovanni Paolo II, Lett. Enciclica Fides et Ratio, 14 settembre 1998.