GALLIPOLI (Lecce) – Sentenza riformata in Appello per un’assunzione imposta dal boss detenuto. I giudici di secondo grado (Presidente Vincenzo Scardia) hanno ridotto da 4 a 3 anni la condanna a carico di Pompeo Rosario Padovano e assolto con formula piena il presunto complice: Luca Gransasso, 44 anni, di Gallipoli, indicato dagli investigatori (per non aver commesso il fatto) come l’ambasciatore della richiesta estorsiva. Per entrambi gli imputati l’accusa iniziale era quella di tentata estorsione in concorso aggravata dalle modalità mafiose. E per entrambi il sostituto procuratore generale Giovanni Gagliotta aveva invocato la conferma della sentenza di primo grado.

L’episodio risale agli inizi di marzo del 2012. L’indagine – coordinata dal procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone – è scattata con una denuncia dell’imprenditore vittima del tentativo di taglieggiamento. Padovano avrebbe fatto recapitare al titolare di un’attività commerciale di Gallipoli una lettera. L’ambasciatore sarebbe stato proprio Gransasso. Una volta consegnata la missiva il 44enne avrebbe dovuto precisare che il messaggio arrivava direttamente dal carcere con la richiesta scritta di “trovargli un lavoro”. Padovano avrebbe indicato Gransasso “come un bravo ragazzo” e “persona le cui sorti gli stavano a cuore”. Un rifiuto del commerciante sarebbe stato pagato a caro prezzo. Tra le righe, poi, sarebbero state inserite minacce pesanti se il titolare del negozio non avesse assecondato il “diktat” impartito direttamente da una cella. Il commerciante (assistito dall’avvocato Luigi Suez) non abbassò la testa. Per paura di ritorsioni nei suoi confronti e della propria famiglia non perse tempo. Raggiunse la caserma dei carabinieri e denunciò l’episodio.

Sulla vicenda il boss gallipolino ha chiesto e ottenuto di essere sentito in videoconferenza per fornire la propria ricostruzione. Padovano sottolineò di aver macchiato la sua fedina penale con reati ben più gravi. Specificò di aver partecipato all’omicidio del fratello e a tante altre esecuzioni e che non avrebbe avuto alcuna reticenza nel confessare un tentativo di estorsione. Il boss di Gallipoli chiarì anche che la vittima gli avrebbe chiesto protezione da altri malviventi prima di incrinare un rapporto di fiducia reciproca. Insomma si sarebbe trattato di una vendetta nei suoi confronti in una logica e in uno scenario di protezioni, rassicurazioni e coperture all’ombra della malavita gallipolina. Nel processo d’appello, però, l’avvocato Speranza Faenza, legale di Gransasso, ha battuto su più punti: non c’erano i presupposti per contestare l’aggravante dell’agevolazione mafiosa; il suo assistito era un incensurato e si sarebbe limitato a consegnare la missiva ignorandone il contenuto. E i giudici, evidentemente, hanno accolto le tesi difensive. Padovano, invece, era assistito dall’avvocato Luigi Piccinni.

F.Oli.